6 settembre, 2010 | di in » Dati

La notizia è di quelle che corre il rischio di passare inosservata:

Terremoti, l’Ingv: «Stiamo pensando di smettere di informare sulle scosse»
Il presidente Boschi: «I nostri dati utilizzati per arrivare a conclusioni che non stanno né in cielo né in terra»
MILANO – L’Ingv sta meditando di smettere di rendere pubblici i dati sui terremoti per evitare che siano travisati. Lo afferma Enzo Boschi, presidente dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, commentando il messaggio di Guido Bertolaso al congresso della Società geologica italiana.
Corriere.it del 06 settembre 2010

Ed ancora:

Terremoti, interviene Boschi: “Valutiamo stop alle notizie”
Il direttore dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia pensa a oscurare il sito e tutti i dati relativi agli eventi sismici in Italia. “Vengono usati per arrivare a conclusioni che non stanno né in cielo né in terra”. Bertolaso aveva parlato di “profeti di sventura”.
ROMA – Niente dati sulle sequenze sismiche a disposizione di tutti sul web, anche quelle inavvertite dalla popolazione. Niente cartine geologiche, storico di eventi 1, niente di niente. Stop alle informazioni.
Repubblica.it del 06 settembre 2010

La notizia in sé pone due ordini di problematiche:

  1. Il Presidente dell’INGV può decidere autonomamente di precludere l’accesso pubblico ai dati raccolti dall’Istituto?
  2. Precludere l’accesso pubblico a tali dati corrisponde ad una scelta sensata?

Iniziamo dalla prima delicata questione.

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia è stato istituito con il decreto legge n.381 del 29/09/99.
L’art. 2 del detto decreto legge recita:

Art. 2. – Attivita’ dell’INGV
1. L’INGV:
[...]
f) rende disponibili per tutta la comunita’ scientifica i dati raccolti dalle proprie reti di monitoraggio, nazionale e locali.
[...]

Possiamo dire che rientra nella funzione dell’INGV la ricerca, il monitoraggio ma anche la diffusione delle notizie e degli allertamenti sui fenomeni sismici nazionali.
In tal senso sembrerebbe che non sia nella piena e libera disponibilità del Presidente dell’INGV prendere una scelta di tal genere, ovvero quella di oscurare sic ed simpliciter il sito informativo e, quindi, di non rendere pienamente pubblici i dati raccolti.

Eppure una certa lettura del citato articolo (disponibili per tutta la comunita’ scientifica) unitamente al combinato disposto con il DECRETO LEGISLATIVO 24 gennaio 2006, n. 36 (attuativo della direttiva 2003/98/CE relativa al riutilizzo di documenti nel settore pubblico), porterebbe a conclusioni diametralmente e drammaticamente opposte.
In sé la Direttiva Europea aveva lo scopo di liberalizzare l’accesso alle molteplici informazioni prodotte e detenute dalle Pubbliche Amministrazioni (dai dati di tipo economico a quelli scientifici, da quelli geografici ai dati turistici).
Tali informazioni, infatti, sono considerate come un’importante materia prima da utilizzare per i servizi e prodotti a contenuto digitale, tali da poter essere riutilizzati al fine di contribuire alla crescita economica e scientifica ed anche alla creazione di posti di lavoro. “La Direttiva invitava gli Stati membri a favorirne il riuso, incoraggiando gli enti pubblici a rendere disponibili i documenti e le informazioni in proprio possesso, a condizioni eque e trasparenti, a tutti i soggetti interessati al loro riutilizzo“.
Non possiamo dire che il D.L. abbia pienamente incarnato lo spirito della direttiva, anzi…

Se in Italia  è vero che vige la legge 241 del 1990 sul procedimento amministrativo, è altresì vero che tale legge assegna il diritto di accesso ai documenti amministrativi solo ed esclusivamente a chi ha una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento richiesto.  D’altro canto il Codice dell’amministrazione digitale del 2005 ha obbligato la pubblica amministrazione e rendere disponibili i dati in suo possesso in formato digitale, ma non ha inserito alcun obbligo alla trasparenza.

Eppure ancora oggi in Italia ci si scontra con logiche che non esiteremo a definire aberranti.

Resta quindi da chiarire quale sia realmente il dato pubblico cui tutti hanno diritto di accesso e la cui pubblicazione non può essere arbitrariamente inibita (come i dati sull’inquinamento atmosferico o marino, i dati dell’amministrazione pubblica, i dati sulla sanità, l’anagrafe pubblica degli eletti, etc.) e quali siano, d’altro canto, i meccanismi per tutelare il libero accesso a tali dati.

Qualcosa in Italia si sta muovendo, ad esempio lo statuto della Regione Toscana all’articolo 54 prevede “tutti hanno diritto di accedere senza obbligo di motivazione ai documenti amministrativi, nel rispetto degli interessi costituzionalmente tutelati e nei modi previsti dalla legge”. Il Codice dell’Amministrazione Digitale a partire dal 2005, all’art. 50, ha introdotto un importante principio di disponibilità del dati pubblici disponendo che gli stessi devono essere formati, conservati, resi accessibili e disponibili con l’uso delle ICT.

Quid iuris nel caso di specie?

Il ragionamento che ci sentiamo di sostenere è, sinteticamente, il seguente:

  • L’attività dall l’INGV è una attività di rilevanza pubblica, finanziata con denaro pubblico;
  • I dati che raccogli l’INGV hanno una rilevanza scientifica e sociale;
  • I dati raccolti dall’Ente, pertanto, devono essere resi pubblici ed in formato aperto;
  • L’INGV non può arbitrariamente smettere di fornire tali dati, se non attraverso procedure ben definite in accordo con gli altri enti istituzionali competenti (Protezione Civile e Ministeri competenti).

Alcune considerazioni vanno fatte poi a sostegno della libertà di informazione. Asserire che per evitare strumentalizzazioni sia opportuno censurare alla fonte i dati ricorda una ben nota vicenda sulla “necessità” di impedire che le intercettazioni telefoniche possano essere “usate male”. Se una informazione o un dato sono legittimamente resi disponibili al pubblico – e qui stiamo parlando di dati di fondamentale importanza per la pubblica incolumità – è questo stesso che, se li utilizza per sostenere delle tesi, per supportare notizie originali, o finanche per realizzare applicazioni – come abbiamo fatto proprio con i dati INGV noi di TANTO – se ne assume la piena e totale responsabilità.

Attenzione, un conto è la manipolazione del dato, ben altro il suo utilizzo così com’è nell’ambito di contesti anche originali, quali articoli, notizie, applicazioni. Manipolare un dato sui terremoti vuol dire aumentare o diminuire la magnitudo di un sisma, la sua localizzazione, il suo tempo di occorrenza, e chiunque lo facesse sarebbe certamente un criminale. Ma se il prof. Boschi per timore di strumentalizzazioni (magari facendo degli esempi ci aiuterebbe a capire) pensa di risolvere il problema oscurando tutto, contraddirebbe la missione stessa dell’INGV, che è quella di diffondere informazioni fondamentali per la pubblica incolumità.

Sarebbe sufficiente applicare ai dati sui terremoti una licenza “share alike ” con divieto di modifica ma libertà di utilizzo degli stessi. Poi, se il giornalista dice che in località tal dei tali si sta verificando uno sciame sismico con parecchi eventi di magnitudo tra 2. e 3.0 allora bisognerebbe chiedergli se sta tentando di fare solo la Cassandra o magari sensibilizzazione verso la cittadinanza, sulla quale bisognerebbe davvero concentrarsi senza inutili allarmismi, ma proprio favorendo approfondimenti critici e ponderati su quelle informazioni e dati che invece si vorrebbero “oscurare”.

In un’Italia che (finalmente) apre sempre più i dati, qualcuno pensa di chiuderli perché male utilizzati. Temere in generale l’informazione vuol dire darla vinta a quella superficiale, strillata. Il fatto stesso che le notizie sui terremoti siano aumentate negli ultimi anni (date un’occhiata al trend su Google, soprattutto dopo aprile 2009 ovviamente) non deve essere preso come motivo di cattiva informazione di per sé. Anzi, è un evento che va capitalizzato, perché finalmente la pubblica opinione si è svegliata sul rischio sismico, va solo “educata” ad essere più critica.

Enzo vs. Tim


Se ne parla anche qui:

  1. “Bertolaso, Boschi e l’assurdo terremoto dell’informazione – Luca De Biase,” http://blog.debiase.com/2010/09/bertolaso-boschi-e-lassurdo-te.html.
  2. “Liberiamo i dati … anzi no: ce li riprendiamo | Diritto 2.0 – Il blog di Ernesto Belisario,” http://blog.ernestobelisario.eu/2010/09/06/liberiamo-i-dati-anzi-no-ce-li-riprendiamo/.
della direttiva 2003/98/CE relativa al riutilizzo di

Attenzione! Questo è un articolo di almeno un anno fa!
I contenuti potrebbero non essere più adeguati ai tempi!

5 Responses to “Nessun dato sui terremoti: il problema è risolto.”

  1. By Antonio Falciano on set 7, 2010

    Questa notizia non deve assolutamente passare inosservata. La condivisione dei dati scientifici è uno degli elementi fondamentali alla base del progresso, come ci testimoniano i significativi avanzamenti avutosi di recente nella ricerca delle cure e del trattamento di malattie, quali l’Alzheimer e il morbo di Parkinson. Questo è il potere degli Open Data!!
    Qualora il prof. Boschi adottasse tale provvedimento si farebbero mille passi indietro negli studi sul rischio sismico e, pertanto, mi auguro che ci ripensi nella maniera più assoluta.
    D’altro canto, speculare facendo cattiva informazione è un crimine che va sicuramente combattuto, ma con altri mezzi… come quelli descritti nel post!

  2. By Giovanni Allegri on set 7, 2010

    L’accesso ad alcuni tipi di dati porta sempre con sé il rischio di interpretazioni non corrette (talvolta in buona fede) con tutto ciò che ne consegue (allarmismi, ecc.).
    Sono dell’idea che la diffusione dei dati, una delle funzioni istituzionali di enti scientifici come l’INGV, dovrebbe trovare
    un’interpretazione più articolata, nella quale il passaggio ulteriore è la diffusione dell’informazione. Al dato dovrebbe essere
    associate una semantica, una legenda in linguaggio naturale, comprensibile anche ad un pubblico di non addetti ai lavori. Questo almeno per quanto riguarda l’interfaccia pubblica più immediatamente accessibile (es. mappa terremoti INGV). I dati grezzi dovrebbero essere mantenuti comunque accessibili, magari attraverso servizi meno “in prima pagina” così da non incentivare chi va a caccia di scoop…

  3. By Alessio on set 7, 2010

    Mi impressiona (negativamente, è chiaro) il fatto che Boschi – che dovrebbe essere uomo di scienza – possa anche solo considerare questa possibilità. Chi fa disinformazione va messo alle strette e deve pagarne il prezzo ma la soluzione non è certamente quella che ha in mente lui.

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  2. set 28, 2010: inDiritto.it » Blog Archive » Open data: i dati aperti, trasparenza nella P.A. e sviluppo economico
  3. feb 8, 2012: La terra trema, che si fa? « Un blog di "Alternativa Geologica"

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