5 novembre, 2009
Il resoconto sulla conferenza GSDI mirava alla condivisione di alcune impressioni sul mondo della IG internazionale e anche di qualche riflessione rispetto al contesto nazionale. Rileggendolo prima di pubblicarlo, mi scappò un: “Non male!”. Così nacque il titolo di quel post. “Proprio non male!” mi viene da commentare, rileggendo quest’altro.
Lo scorso 16 ottobre ho trascorso la giornata all’Infrastructure Telematics & Navigation. Tutte le informazioni riguardanti questo evento si possono leggere sul sito ufficiale, qui.
Se siete rimasti incuriositi e siete ritornati a leggere queste righe dopo aver “sbirciato” le pagine dell’ITN, suppongo che sarete stati colpiti dal numero di enti, aziende e associazioni che hanno contribuito all’organizzazione e hanno partecipato a questo evento. Se avrete avuto poi la pazienza e la curiosità di consultare il programma delle conferenze, workshop informativi e seminari avrete forse provato a fare una cernita delle sessioni alle quali vi avrebbe fatto piacere assistere. Un programma veramente ricco di argomenti che hanno a che fare con le cose che ci piacciono TANTO! Purtroppo, ahimè, io vi posso solo riportare i contenuti di due workshop. Spero che resoconti più esaustivi siano disponibili sulla rivista GEOMEDIA (il cui direttore ha moderato il workshop “GIS & MAPPING pro Mobility & Infrastructures”) e naturalmente, sulle pagine web degli organizzatori, INFRASTRUCTURA Torino e TELEMOBILITY Forum, e su altri portali di settore.

In mattinata ho seguito il workshop “Portable Navigation Device – Soluzioni e Servizi”. Il compito di introdurre il tema, fornire argomenti e riflessioni rispetto a quest’area di tecnologie e business emergenti è stato svolto da Massimo Giordani. Giordani crede fermamente nei valori positivi del cambiamento epocale che stiamo vivendo, è un attento osservatore dell’evoluzione della Rete e della convergenza digitale; per primo ha introdotto il concetto di ecosistema digitale. Nel suo breve ma efficace intervento, partendo da una rapida puntualizzazione sul valore di una rete (sviluppata richiamando i diversi modelli di rete: lineare, tipica del broadcasting, quadratica, riferibile per esempio al p2p ed esponenziale, quella, per intenderci, dei social network) e sul trend di crescita del numero di abitanti del pianeta connessi ai diversi network (mobile, internet, internet “veloce”, internet su mobile, …), ha posto l’accento sulla necessità di focalizzare l’attenzione sulla convergenza cognitiva; ovvero, senza trascurare quella di tipo tecnologico (inarrestabile), considerare e favorire soluzioni che ci accompagnino verso un diverso modo di imparare ad accedere alla rete e di relazionarci con le altre persone. Riprendendo un esempio citato dal relatore: siamo pronti culturalmente per interagire con questo? Questa convergenza avverrà in tempi brevi oppure occorreranno generazioni perché si concretizzi? Sollecitato da una domanda del pubblico, Giordani ci ha tranquillizzato: anche se passeranno forse decenni e saranno necessarie ulteriori evoluzioni tecnologiche prima che i comportamenti simbiotici con le tecnologie digitali siano ampiamente diffusi, la durata del processo non deve influenzarci negativamente. E’ invece importante che ci si adoperi fin d’ora rispetto alla convergenza cognitiva, per cogliere cammin facendo i vantaggi che quella digitale può offrire.
Andrea Recanatini, di Telematic Solutions SpA, ha illustrato le caratteristiche di un device per la navigazione, la tracciabilità e la sicurezza personale denominato Smart Street. Sostanzialmente il dispositivo è un navigatore su cui sono state integrate le funzionalità di un altro prodotto dell’azienda, con il quale, in caso di emergenza, premendo un pulsante si può richiedere soccorso in automatico. Potrebbe però accadere che la convergenza tra Mobile e Navigatori risulti più rapida di quanto preventivato dagli esperti marketing dell’azienda. Un’osservazione al riguardo è stata espressa da una giovane ascoltatrice. Secondo Recanatini, le analisi di prodotto e di mercato effettuate, escludono tale rischio ancora per diversi anni. Anche se la soluzione tecnologica è in parte differente, la presentazione alla quale ho assistito mi ha ricordato un demo visto in rete qualche anno fa: in veste di padre, che si ritiene al riparo da ansie nocive, mi aveva fatto sorridere. L’ho ricercato: qui una versione ovviamente rinnovata.
L’assessore al turismo del Comune di Vaiano ci ha accompagnato per i sentieri della Calvana. Non sapete dov’è? Nemmeno io fino all’altro giorno. Se ci capiterà di passare dalle parti di Prato, una digressione verso questo crinale, che fa da confine naturale con la provincia di Firenze, potrà essere motivo di sorprese e soddisfazioni. In questo caso sarà bene procurarsi la carta dei percorsi e la pubblicazione associata, redatte grazie alla collaborazione attiva degli abitanti della zona, di varie associazioni, sotto la regia della Provincia di Prato, che promuove e coordina il progetto “Le mappe dei cittadini”. Al termine, l’uditorio ha manifestato di apprezzare l’esempio di questa pubblica amministrazione nell’utilizzo dei PDN per costruire mappe “dal basso”. Perché, come leggo nel sito, aiutano a preservare la memoria storica e culturale di un luogo, favoriscono la promozione del territorio dal punto di vista turistico, agevolano il lavoro degli amministratori e, non ultimo, sono occasione di aggregazione della collettività.
Tutt’altra atmosfera ha accolto alla ripresa dei lavori, dopo la consueta pausa del coffee-break, il mio rientro in sala. Irene Celino, ricercatrice del CEFRIEL, mi ha accompagnato lungo i sentieri dell’Urban Computing, ovvero -ha spiegato la ricercatrice- quella branca del Pervasive Computing applicata al contesto urbano. Quindi lo studio dell’interazione uomo-macchina, dove qui per macchina va inteso un innumerevole insieme di apparati digitali, interconnessi in rete e distribuiti nell’ambiente, spesso nascosti alla vista perché immersi all’interno di ogni tipo di oggetto. Sto entrando in un campo irto di ostacoli per me, ma Celino mi è venuta in soccorso “virtuale”: ha pubblicato le slide proiettate durante la sua presentazione qui. Spero di avervi incuriosito, e vi lascio scorrere le immagini una ad una. Arriverete come è capitato a me alla slide n° 22 in cui viene illustrato il case study a cui stanno lavorando al CEFRIEL: mi trovo a Milano, vorrei acquisire informazioni per esempio sui monumenti che potrei visitare e anche su eventi a cui vorrei partecipare, e come raggiungerli. Oggi, per acquisire queste indicazioni devo consultare fonti diverse, direi che è l’operazione che faccio normalmente, però seduto davanti al laptop connesso in rete, con penna e foglio di carta per annotarmi orari, percorsi, indirizzi, saltando da un sito all’altro.
L’esempio è certamente una rappresentazione semplicistica di un contesto urbano e di un’esigenza personale, ma non dobbiamo dimenticare che di attività di ricerca si tratta. Infatti l’obiettivo della sperimentazione è quello di testare e migliorare l’architettura progettata in LARKC, piattaforma che consente di rispondere a interrogazioni in linguaggio SPARQL, inviando sia richieste a fonti Semantic Web (come Sindice e Dbpedia), sia a servizi Web2.0 (come Eventful), processando i dati per poi restituire le informazioni utili all’applicazione client che le visualizza sulla mappa di Milano. Mi è sembrato un esempio intrigante, assai vicino al connubio convergenza digitale-cognitiva. L’ambito dell’Urban Computing infatti coniuga argomenti di ricerca prettamente tecnici e temi di studio rivolti a immaginare e comprendere come potrà svilupparsi la nostra vita sociale, come potrà svolgersi la nostra giornata nella “città digitale”.
Un altro progetto di ricerca (come il precedente, co-finanziato nell’ambito del VII Programma Quadro) di cui sarà importante seguire gli sviluppi è Ima Geo. Il consorzio, per l’Italia è presente Neos s.r.l., intende sfruttare la convergenza tra mobile, camera, web (con attenzione al web2.0) per realizzare servizi sia per il turista, sia per la valorizzazione dei beni culturali. Il progetto è stato illustrato da Giovanni Giovinazzo, ricercatore di un’altra azienda del consorzio, la tedesca IN2: facendo riferimento a scenari e use case, ha impressionato l’uditorio mostrando come in un prossimo futuro, grazie alle tecnologie GNSS, le immagini geo-localizzate e geo-orientate catturate con i nostri PDA potranno essere arricchite con altre riprese e contenuti acquisite dalla rete. Non solo, ognuno di noi potrà arricchire le scene così integrate con proprie informazioni e conoscenze, stimolando la comunicazione e la condivisione di esperienze tra compagni di viaggio virtuali.
Sarà interessante e utile favorire anche l’osmosi tra questo contesto di ricerca, quello del governo delle città e -non meno importante- la pluralità dei cittadini. Solo dal dialogo, dal confronto è possibile dare concretezza alle sperimentazioni, dare un pizzico di creatività alla burocrazia, liberare la fantasia dei cittadini.
Gli interventi successivi ed anche quelli della sessione “Navigation & Tourism” a cui ho partecipato nel pomeriggio mi hanno permesso di acquisire un quadro abbastanza articolato di quante possibilità la convergenza digitale offra già oggi in questo settore, in termini sia di prodotti che di servizi. E quanto siano importanti approcci creativi e attitudine all’innovazione per cogliere le opportunità imprenditoriali e trasformarle in occasioni di business. Questa riflessione potrà sembrare ingenua al lettore già attento e addentro a questo segmento del mercato dell’Informazione Geografica, quindi informato sulle ormai numerose esperienze che studiosi, ricercatori, imprenditori e semplici appassionati stanno creando grazie alla Rete, nella Rete, per la Rete. E’ vero: dichiaro subito che condividerò totalmente questo giudizio. E aggiungo -facendo autocritica- che nel tempo che dedico al surfing finora è stato più facile che sia stato colpito da esperienze straniere, come questa “Rebuilding a City through Community, Neogeography, and GIS“ piuttosto che stimolato a cercare di approfondire lo stato dell’arte in ambito nazionale. Sono forse vittima di una barriera, di un solco che si è creato tra comunità dell’Informazione Geografica? Ormai da diversi anni il call for paper della conferenza annuale ASITA propone agli autori temi quali Web2.0, ubiquitous GI, Location Based Services, ecc.. Ma il numero di contributi inviati su questi argomenti sono raramente sufficienti per consentire di inserire nel programma della conferenza qualche sessione al riguardo. Penso che se avrò ancora l’opportunità di partecipare alla sua organizzazione (ormai l’edizione del 2009 è alle porte) mi adopererò perché questo solco sia colmato.
Per tornare al resoconto della giornata torinese, posso citare un esempio che mi ha intrigato molto perché è stato introdotto con questa premessa: “Siamo un gruppo di appassionati di sport all’aria aperta. Usiamo gps, navigatori ecc., ecc., per organizzare i nostri viaggi, le nostre gite: abbiamo pensato che quanto andavamo raccogliendo e le esperienze che stavamo facendo potessero anche essere alla base di un’attività professionale”. Insomma, sintetizzando: hobby → web2.0-geoweb-mobile-gps → professione → GIScover → hobby. E’ seguito il racconto di un’esperienza fatta da alcune scolaresche di Riva del Garda, alla scoperta della loro città (qui, le slide della presentazione).
Ma l’attività di questi professionisti non è rimasta legata all’ambito del contesto ludico e formativo: il fondatore di GIScover, Massimo Nicolodi, proprio all’interno della sessione “Navigation & Tourism” ha presentato i contenuti di una collaborazione con Ataf, l’azienda di trasporto pubblico dell’area metropolitana fiorentina. Potete leggere i contenuti salienti del progetto illustrato qui.
Un altro esempio di iniziativa sorta da una passione dei suoi fondatori è eGuides, con sede nel Monferrato. Anche in questo caso, infatti, come ho potuto ascoltare da Massimo Colognesi, direttore tecnico dell’azienda, lo spunto è scaturito dalla competenza acquisita nell’ambito di attività legate al tempo libero, partendo da un progetto per far conoscere al turista le bellezze, anche nascoste, di questa parte d’Italia. Mi ha incuriosito l’aspetto marketing dell’iniziativa, come vengono promossi i loro prodotti sia in rete, grazie alle sinergie con quest’altra iniziativa, attraverso la presenza di link su siti turistici, come questo , sia attraverso reti fisiche, quali -appunto- i distributori ESSO o presso gli hotel, i ristoranti e altre strutture ricettive. Infine, voglio segnalare la possibilità offerta ai professionisti che operano nel settore dello sviluppo applicazioni e siti web, di diventare sviluppatori “eGuides” autonomi, grazie ad un modulo software disponibile su licenza.
Infine, sempre in tema di prodotti innovativi, vorrei ricordare quest’ultima iniziativa “di casa mia”. Si tratta di ELIOS, spin-off del Dipartimento di Ingegneria Biofisica ed Elettronica (DIBE) dell’Università di Genova. Massimiliano Marangone, ci ha illustrato un’applicazione multimediale mobile per l’orientamento dei non vedenti all’interno di un percorso turistico (per esempio un museo). Grazie all’impiego di sensori RFID, PDA ed allo studio delle esigenze e dei comportamenti delle persone non vedenti, l’equipe genovese ha realizzato strumenti in grado di rendere a loro accessibili spazi altrimenti inavvicinabili. Ha detto Marangone: “La soddisfazione maggiore è stata quella di avere ascoltato dalla viva voce di una ragazzina la gioia per essere stata per la prima volta lei, sempre accompagnata dalla mamma, la guida dei suoi genitori lungo il percorso museale di una villa”.
Altri interventi mi hanno invece aiutato a capire, o meglio, a intuire cosa si cela dietro il richiamo di Giordani sull’importanza di accompagnare la convergenza digitale con la convergenza cognitiva. Già mi è difficile “stare al passo” per imparare ad utilizzare nuovi dispositivi! Sarà per me veramente una sfida acquisire consapevolezza su come questi possano influire sui miei comportamenti, sui modi di vivere la realtà quotidiana, di vivere i rapporti sociali. Può aiutarmi, aiutarci, seguire esperienze come quella raccontata da Alessandro Brella, presidente di IZMO. La sfida che questa associazione culturale torinese persegue, riguarda l’applicazione di queste tecnologie per favorire i rapporti tra gli abitanti e il quartiere, la fruizione degli spazi, le relazioni sociali. In particolare, Brella ha illustrato i dati salienti dell’iniziativa INSITO, una metodologia integrata volta alla costruzione sociale e partecipativa di una conoscenza territoriale, promossa e sperimentata proprio nel quartiere di Torino ove l’associazione ha sede. Un mix di esperimenti di deriva urbana, interviste a staffetta, cartografia partecipata (come dire “psicogeografia”) e focus groups. A me, “web-provincialotto” incallito è venuta alla memoria quest’altro progetto (MIT, 2006): REAL TIME ROME. Ma sono stato immediatamente punito, e mi sta bene! Ricordavo bene, il direttore del SENSEable City Lab’s è un italiano, Carlo Ratti, laureato al Politecnico di … Torino.

Mentre un olandese che vive e opera -ma ha più senso fare riferimento al luogo fisico?- a Torino è Mark Vanderbeeken. Ha raccontato con brio come sia possibile fruire di tutte le tecnologie interattive disponibili (tagging RFID, telefoni cellulari, Internet, display di grandi dimensioni ecc) per pianificare un viaggio in treno: dalla pianificazione dell’itinerario, all’acquisto del biglietto, alla gestione dei ritardi (sic!). Ci ha fatto intendere come tutte queste “diavolerie” possono aiutare e gestire in maniera dinamica e tempestiva le informazioni. Soprattutto ci ha introdotto su come sia possibile e gratificante procedere ponendosi dalla parte del viaggiatore: analizzando diversi tipi di esigenze di viaggio, differenti momenti (a casa, nel percorso verso la stazione, in carrozza, in attesa di una coincidenza, …). Ho usato il treno per partecipare all’ITN, come dire… avrei voluto TANTO! Ho appreso anche una lezione di umiltà quando è stato chiesto a più voci: “Il cliente ha acquisito i risultati delle vostre analisi, le soluzioni prospettate?”. Ha evidenziato i limiti oggettivi e soggettivi che hanno impedito il passaggio ad una fase esecutiva.
Non posso concludere questo resoconto, senza riportare qualche scheggia della relazione svolta da Germano Paini, studioso del web2.0 ma anche imprenditore del settore. Ci può aiutare a trovare degli argomenti, degli spunti, forse un filo di Arianna, per non perderci nel labirinto della rete. E’ vero, come ha detto nel suo intervento, che nella rete tutto è “iper”, sovrabbondante, incontrollabile. Ma tutto è anche approssimativo, disperso, scoordinato, spesso molto poco pertinente. Però, osserva, quando abbiamo bisogno di informazioni e di conoscenze noi cerchiamo “pertinenza”, cioè desideriamo che la conoscenza sia adeguata, mirata, corrispondente. Paini ha introdotto il concetto di “iper-pertinenza”, per significare la sintesi tra una conoscenza adeguata alle nostre esigenze e l’iperbolicità della rete, ottenuta esaltando le connessioni ed i legami. L’iper-pertinenza, allora, offre le metodologie e gli strumenti per costruire conoscenze ricche ma non dispersive, mirate ma coordinate, focalizzate ma plurali, consolidate ma aperte. La sua presentazione si è focalizzata su come possono essere utilizzati i qr-code associati ai manifesti pubblicitari, “catturati” attraverso una foto effettuata con un dispositivo connesso in rete e quindi utilizzato per la scelta di contenuti pertinenti, per inviare commenti fino ad innescare un processo di viral marketing. Approfondirò l’argomento, magari aiutandomi (e facendomi aiutare) da ThinkTag.
Mi sto allontanando dalla Geographic Information? No, non penso. E’ che “la geografia evade dai suoi confini ed invade il quotidiano”. Non è vero amici di TANTO? Attendiamo quindi ansiosi nuovi stimoli dal GISDay 2009 di Palermo.
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24 ottobre, 2008
Non so quanti di voi abbiano seguito i lavori della O’Reilly Where 2.0 Conference di quest’anno, anche solo virtualmente attraverso i video delle presentazioni. Andrea ne aveva già richiamato l’attenzione in un suo precedente post. Chiunque abbia avuto la fortuna di essere là, avrà respirato aria frizzante, e magari si sara’ chiesto come mai tra i relatori ci fossero figure professionali mosse da filosofie e intenti tanto diverse: società private, ricercatori e professionisti del GeoWeb. Cosa mai si saranno detti? Perché uno sviluppatore di software open-source avrebbe dovuto accettare di parlare dopo un esponente di ESRI o Google? A giudicare dalle presentazioni che mi è capitato di vedere in video streaming, sono domande fuori luogo.
Ciò che mi ha colpito profondamente è invece la grande visionarietà degli interventi. Ognuno di loro era lì per raccontare il proprio sogno, nella convinzione che l’idea della quale avrebbe parlato, avrebbe portato una rivoluzione. Detta così sembra una boutade. E invece no. Si tratta di gente che sa quel che dice.
Di recente A. Turner e B. Forrest hanno scritto Where 2.0: The State of the Geospatial Web, un report che tenta di tirare le somme di quelle giornate. Impresa davvero titanica, e loro ne sono consapevoli. E per questo hanno voluto concentrare la loro attenzione su alcuni concetti chiave venuti fuori dai lavori della conferenza. Il documento è costituito da due parti, nella prima c’è la ciccia, mentre la seconda è una sorta di Pagine Gialle, con un profilo delle aziende e dei soggetti operanti nel settore. I due autori hanno messo a disposizione solo un estratto, le prime 15 pagine, sufficienti comunque a farsi un’idea di quali siano i trend che di qui a qualche anno diverranno il fulcro di tutta la partita che si giocherà attorno al GeoWeb. Io personalmente ho letto solo l’estratto, perchè francamente non mi andava proprio di spendere $400 per acquistare le restanti 40 pagine del report. Comunque, mi piacerebbe discutere di questi trend proprio qui, sia “saccheggiando” che commentando il documento, nella convinzione che siano di interesse per chi cerca di vivere delle cose che ci piacciono TANTO.
Innanzitutto, è importante soffermarsi su un nuovo paradigma sul quale poggiano queste riflessioni, ovvero proprio “Where 2.0“. Alla O’Reilly si riferiscono con questo termine all’emergente Geospatial Web, con un palese riferimento al Web 2.0: internet come piattaforma anche per le applicazioni geografiche. Nel Web 2.0 i dati sono diventati servizi, non più il software. Servizi che letteralmente diventano migliori quanto piu’ vengono utilizzati.
Il futuro sistema operativo, basato su internet, dovrà essere dotato di sottosistemi capaci di attingere a numerose e svariate fonti di dati, e di mescolarle. Questi dati saranno con il tempo quelli piu’ aggiornati, sia da soggetti commerciali che dalle community di volontari e appassionati. Tra questi sottosistemi, il GeoWeb è forse quello maggiormente sviluppato, perché è “multiplayer” e “multilayer”; un melange ricco di dati, servizi e opportunità. Uno dei concetti chiave che è possibile imparare dal GeoWeb, è come i suoi sottosistemi di dati si propongano come mercati aperti quando esiste un substrato, solido e standardizzato, sul quale altri dati possano essere sovrapposti.
Ad esempio il fenomeno dei mashup si è diffuso da quando è stato “hackerato” il sistema di implementazione dei dati di Google Maps. Big G, lungimirante, ha poi immediatamente rilasciato le proprie API aperte (a proposito, qualcuno di voi ha ricevuto la stizzita email del PCN sul “saccheggio” delle ortofoto?). Da quel momento le innumerevoli applicazioni basate su quelle API proliferano in maniera vertiginosa giorno dopo giorno.
E allora? E allora il GeoWeb non può fare a meno di soggetti – privati, pubblici e “open” – capaci di fornire software, dati e IT – ma soprattutto idee e progetti – che per la natura intrinseca del GeoWeb, hanno grandi potenzialità di integrazione tra essi. La sfida per tutti noi che siamo in ballo è dunque quella di trovare la propria dimensione, la propria vocazione nella grande entropia del GeoWeb: sarà la capacità di leggere i trend verso i quali questo complesso universo si muove, che ci permetterà di lavorare al meglio, senza mai sentirsi indietro anni luce rispetto agli altri. La Geografia sarà sempre libera.
Qui di seguito vengono brevemente riportati proprio i trend più interessanti per il GeoWeb – presenti nel report – intesi soprattutto come opportunità per chi opera a vario titolo nel settore. Appare immediata l’enorme dinamicità di alcuni progetti già maturi, come pure le grandi potenzialità di altri ancora in embrione. Colpisce davvero molto proprio questa grande entropia che caratterizza il GeoWeb e tutto ciò che gli ruota intorno.
Merging data colllection with data maintenance.
Nokia ha acquisito la Navteq e TomTom la Tele Atlas; ciò fa capire come i geodati di base – in questo caso i grafi stradali – siano una risorsa fondamentale per applicazioni di geolocation e PND. I costi di manutenzione e aggiornamento di tali dati sono però elevatissimi. E allora sono state messe a punto tecnologie di aggiornamento di tipo attivo e passivo, entrambe coinvolgono gli stessi utilizzatori dei sistemi. TomTom, con MapShare consente agli utenti di segnalare errori nella viabilità, mentre Dash Navigation monitora continuamente i viaggi degli utenti – alla faccia della privacy! – in tal modo statisticamente puo’ individuare i cambiamenti nella viabilità e gli errori nei dati.
Open Data
Il valore propositivo dei dati aperti è il medesimo del software open source: individui e società commerciali contribuiscono al mantenimento del grosso dei dati, cosicché tutti possano beneficiarne. I dati vengono forniti in formati aperti e licenze non proprietarie. Uno dei migliori esempi di progetto che si basa sulla disponibilità di dati aperti e pubblici è GeoNames, che ha costruito un database con i nomi delle località provenienti da fonti di dati pubbliche. Purtroppo l’appetito vien mangiando, e GeoNames sta progressivamente riducendo l’accesso gratuito ai propri servizi, richiestissimi, comunque ampiamente sufficienti alle esigenze dei più.
User generated geospatial information.
Analogamente all’aggiornamento e manutenzione dei dati esistenti di cui s’è parlato prima, gli utilizzatori del GeoWeb possono diventare creatori di nuovi geodati sia in modo passivo che attivo. Al primo caso possiamo ascrivere il servizio di geotagging di foto e video di Flickr. Gli utenti, geoposizionando le proprie foto, e vi associano anche dei tag che quasi sempre sono almeno il nome del luogo. In questo modo si viene a creare un grande database di nomi di luoghi (toponimi?) che puo’ avere un dettaglio anche maggiore dei prodotti “ufficiali”. Un esempio invece di creazione di geodati totalmente nuovi in maniera aperta e comunitaria è il maiuscolo OpenStreetMap. Una sintesi fantastica delle due cose è questa: un’interfaccia di webmapping con alcune foto di Flickr scattate a Pechino, e OpenStreetMap come base cartografica. L’esempio ci fa capire come sia facile mescolare fonti e tecnologie, ma soprattutto quanto siano efficaci progetti aperti di questo tipo (qui per saperne di più). Un progetto molto simile, che integra basi di conoscenze differenti (logs GPS, foto geotaggate) – certamente conosciuto dagli escursionisti non “tecnolesi” – è EveryTrail, grazie al quale è possibile scaricare percorsi trekking con tanto di foto. Ovviamente si tratta di un progetto alimentato in maniera volontaria, su formati di dati aperti (stavolta GPX).
Open*.org
Ma OpenStreetMap è anche di più. Il progetto si è ormai espanso, oltre che come quantità e qualità dei dati anche come tipologia, ed ora oltre a quelli stradali si possono trovare anche dati sull’uso del suolo e addirittura imagery raster, grazie al progetto parallelo OpenAerialMap. Progetti di questo tipo, alimentati in maniera volontaria, basati su OS e con dati non coperti da copyright, hanno fatto comprendere ad alcuni soggetti privati del settore che possono essere una risorsa, anzichè concorrenti. La Automotive Navigation Data, società olandese di PND, ha infatti donato gratuitamente a OSM la propria copertura di dati per l’Olanda e la Cina, la contropartita è ovviamente quella di utilizzare i dai OSM da parte di AND. Innegabili sono infatti le potenzialità di dati liberi generati da comunità di utenti, contro quelli proprietari generati da società private. Un esempio ne è la copertura stradale di Khartoum del progetto OSM (qui) contro quella di Google Maps, con dati NAVTEQ (qui).
L’importanza di essere aperto
Ed è cambiato anche il paradigma legato ai dati con formati aperti e liberi di essere usati. Sebbene qui in Italia sia ancora controversa e difficile la situazione su libero utilizzo e libera distribuzione dei dati detenuti da soggetti pubblici (enti locali, università, ecc), a livello globale l’emergere e affermarsi di standard come KML e GeoRSS obbliga di fatto tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nel GeoWeb a concentrarsi ancora una volta sulla ricchezza dei dati e l’architettura dei servizi, piuttosto che sulle scelte tecnologiche e di sviluppo delle applicazioni per poterli usare. Il risultato che ne deriva è una base di conoscenze costruita in maniera condivisa e spontanea, costituita da informazioni non strettamente spaziali, ma che possiedono un valore geografico. Ecco che le foto di Flickr ormai da tempo possono essere geotaggate, come pure i video di Youtube, ed ovviamente essere esportati in KML per venire utilizzati in qualunque applicazione. Un paio di settori in forte espansione sono infatti quello relativo alla conversione di dati da formati proprietari ad aperti – che per le grandi organizzazioni non è uno scherzo affrontare – e il geotagging di documenti e contenuti di qualunque genere, per renderli pronti ad essere utilizzabili nel grande mondo del GeoWeb, in continua, incessante ed inesorabile espansione.
Concludo queste considerazioni sul GeoWeb – fortemente ispirate dal report O’Reilly – ringraziando Andrea, sempre prodigo di consigli e suggerimenti, che mi ha segnalato una delle sue prodigiose scoperte: la presentazione Beyond Google Maps che Mapufacture/Geocommons hanno tenuto al Future of Web Applications FOWA 2008 a Londra. Riesce a sintetizzare con poche parole e molte immagini i concetti dei quali abbiamo discusso qui, dipingendo un futuro davvero entusiasmante per il GeoWeb. Futuro che – in realtà – è già presente…
Godetevela qua sotto, e naturalmente date un’occhiata al report di O’Reilly.
Ultim’ora: Andrea mi segnala che stasera 24 ottobre, alle 18:00 ora italiana, Andrew Turner terrà il webcast “Trends and Technologies in Where 2.0″, assolutamente da non perdere, iscrivetevi, ci vediamo là!
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