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29 luglio, 2010

Il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione ha emanato pochi giorni fa le Linee guida per i siti web delle pubbliche amministrazioni. Nel comunicato stampa ufficiale - in fondo al quale troviamo i link ai vari documenti – si afferma:

Il loro obiettivo è quello di suggerire criteri e strumenti utili alla razionalizzazione dei contenuti online, riducendo al tempo stesso il numero dei siti web pubblici ormai obsoleti. Tra gli obiettivi di una PA di qualità vi è infatti anche l’esigenza di fornire tramite web informazioni corrette, puntuali e sempre aggiornate nonché di erogare servizi sempre più fruibili a cittadini e imprese.

La cosa interessante è che si parla anche di dati aperti. Mi piace citare testualmente la quinta sezione, dedicata a “Criteri di indirizzo e strumenti per il trattamento dei dati, della documentazione pubblica e per la loro reperibilità”:

I dati e i contenuti prodotti e gestiti dalla pubblica amministrazione nell’esercizio delle proprie attività, rappresentano una risorsa strategica da un punto di vista sociale, politico, economico e culturale. Si tratta di un enorme patrimonio di conoscenza, che non sempre è facilmente accessibile da parte degli utenti. L’adeguata diffusione di queste informazioni (dati statistici e territoriali, rapporti socio-economici e ambientali, normativa, ecc.) può rappresentare un importante elemento per favorire la crescita economica e produttiva, la ricerca, l’innovazione, la competitività e per incoraggiare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, dando loro la possibilità di valutare l’efficacia dell’attività dell’ente, nel rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità.

Ma vediamo cosa c’è di concreto in queste linee guida.

Classificazione e semantica (Cap. 5.1)

Richiamando il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), che delinea  il principio di generale disponibilità in rete dei dati pubblici mediante la “possibilità di accedere ai dati senza restrizioni non riconducibili a esplicite norme di legge”, le linee guida definiscono le modalità attraverso le quali devono essere garantite reperibilità, interoperabilità e semplicità di consultazione dei dati stessi. Si parla di semantica!

I sistemi di classificazione utilizzati per le risorse dei siti web della pubblica amministrazione devono consentire l’interoperabilità semantica, ovvero la possibilità di individuare in modo omogeneo gli attributi che caratterizzano una risorsa (metadati) e i valori che gli attributi possono assumere (vocabolari) quando si descrivono i contenuti.

E si fa esplicito riferimento al Dublin Core per quanto riguarda i metadati, si sottolinea la necessità di utilizzare “vocabolari” condivisi tra le PA per favorire l’integrazione delle loro risorse, facilitare e rendere più efficace la ricerca dei dati nei repository pubblici da parte dei cittadini. Repository che dovrebbero inoltre ispirarsi alla politica di accesso aperto ai documenti prodotti, secondo un modello simile a quello sviluppato in ambito accademico tramite il movimento Open Access. Si parla poi di classificazione semantica multidimensionale a faccette, un paradigma dell’architettura dell’informazione piuttosto interessante, che è possibile approfondire in questo interessante articolo di Trovabile, rivista online al cui feed RSS bisognerebbe assolutamente abbonarsi.

Formati aperti (Cap. 5.2)

Dopo una generica introduzione su “cos’è un formato aperto” e “perchè utilizzarlo”, il Ministero della PA si spinge a elencarne alcuni, che vi riporto qui sotto:

  • HTML/XHTML per la pubblicazione di informazioni pubbliche su Internet;
  • PDF con marcatura (secondo standard ISO/IEC 32000-1:2008);
  • XML per la realizzazione di database di pubblico accesso ai dati;
  • ODF e OOXML per documenti di testo;
  • PNG per le immagini;
  • OGG per i file audio;
  • Theora per file video.

Certo non sono esaustivi, e alcuni anche un pò limitanti sotto certi versi, ma è bene farsi intendere chiaramente proprio dalle PA, e gli esempi come questi sono necessari.

Contenuti aperti (Cap. 5.3)

E si arriva alle licenze di distribuzione dei contenuti, che il Ministero raccomanda garantiscano il riuso delle informazioni per fini non commerciali. A tale riguardo si spinge decisamente verso le licenze Creative Commons, raccomandando più in generale:

  • l’eventuale rilascio attraverso licenze l’uso che ne favoriscano la diffusione verso i cittadini e incoraggino il loro riutilizzo presso le imprese;
  • l’utilizzo di Internet come canale di comunicazione primario, in quanto il più accessibile e meno oneroso, attraverso il quale diffondere i flussi informativi;
  • la sicurezza dei dati;
  • l’utilizzo di formati aperti, standardizzati e interoperabili.
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L’avvento del cittadino “hacktivista”

Queste linee guida contribuiscono a creare i presupposti affinchè la strada verso i dati aperti, liberi, accessibili (e speriamo grezzi) detenuti dalle PA venga spianata. Ma la loro emanazione non comporta in sè un cambiamento immediato e automatico, non almeno qui in Italia. Purtroppo nel nostro Paese, per raggiungere obiettivi concreti spesso è necessario ricorrere a provvedimenti normativi che impongano scadenze e stabiliscano in dettaglio gli aspetti tecnici, anche se questo ha i suoi pro e i suoi contro, come ha recentemente dimostrato il recepimento della Direttiva INSPIRE da parte del nostro Governo.

Il processo di riforma delle modalità con le quali le PA organizzano e rendono disponibili ai cittadini le informazioni che li interessano, passa infatti anche attraverso il ripensare il ruolo del cittadino come attivo e con diritto al loro accesso, oltre che attraverso una ridefinizione e standardizzazione degli aspetti tecnologici. E’ chiaro che rendere disponibili i dati con formati e contenuti aperti non basta. Dal suo canto, è lo stesso cittadino che deve rendersi consapevole di cosa può fare con i dati, c’è dunque bisogno di un suo ruolo attivo. Stiamo parlando del cittadino hacktivista.

Il termine “hacktivismo” deriva dalla fusione dell’inglese “hack” con “attivismo”. A questa idea o movimento si ispirano tutti coloro che ritengono fondamentale poter accedere liberamente ai dati e alle informazioni, per poterli poi utilizzare in svariati ambiti, andando oltre la loro semplice e diretta diffusione “tal quale”. L’hacker viene spesso associato erroneamente alla pirateria informatica, e confuso con il “cracker“, figura questa per molti versi negativa.

L’hacker è una persona che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d’interesse (che di solito comprendono l’informatica o l’ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita. (da Wikipedia)

Insomma, da un lato abbiamo la PA che lentamente va verso la liberazione dei dati. Dall’altro il cittadino che non sempre è consapevole di quanto accade, o comunque della portata di una rivoluzione del genere. In mezzo ci siamo noi, blogger, professionisti e appassionati di dati, a cui piace “smanettare” con essi e creare nuovi oggetti, nuove applicazioni, “cablando” il dato economico e sociale con quello geografico, per dare vita a nuovi atlanti che sappiano raccontare il nostro mondo in modi nuovi. E il nostro desiderio ultimo è quello che chiunque abbia un interesse e un minimo di voglia di mettersi in gioco e imparare, possa farlo con il minore sforzo possibile. Spesso qui su TANTO presentiamo esperimenti basati su strumenti – in genere web – che consentono l’elaborazione e la rappresentazione dei dati in maniera molto intuitiva, che non richiedono capacità da “programmatore”. In fondo l’unico limite è la fantasia, la capacità di immaginare cosa poter fare con dei dati aperti, liberi e grezzi.

Il percorso è lungo, ma molti hanno già cominciato a camminare, e sapere che anche il Ministero della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione ha deciso di rivestire un ruolo trainante, non può che far sperare per il meglio.

27 marzo, 2010

“Lo spunto è giocondo, ma l’argomento è molto, assai serio”


Incontro il professore Robert Laurini in occasione di una riunione del progetto GIS4EU e m’informa: “Il 4 marzo sarò a Genova: terrò un seminario al DISI (Dipartimento d’Informatica e Scienze dell’Informazione)”:  un grazie alla prof.ssa De Floriani per aver invitato il suo collega a Genova.

corema pertantoIl ricercatore francese non ha certo bisogno di presentazione presso la comunità geomatica italiana. Viene spesso in Italia, per tenere lezioni  e seminari. Collabora con diversi centri universitari  e non pochi esperti  nazionali hanno trascorso un periodo della loro formazione all’Institut National des Sciences Appliquées (INSA) di Lione.  Penso che molti  lettori di TANTO avranno già avuto occasione di ascoltare direttamente dalla sua voce cosa rappresenta l’immagine qui riprodotta (Mi spiace, questi fortunati sono esclusi dal gioco!!).

Allora, riconoscete l’area geografica raffigurata con il COREMA riprodotto in figura? Ma cos’è un corema? C’informa il Nostro che il termine  non è nuovo,  è stato introdotto dal prof. Brunet, dell’Università di Montpellier per indicare una rappresentazione schematica del territorio, effettuata utilizzando un raccolta di simboli codificati, utili per eliminare ogni dettaglio superfluo per la comunicazione (e quindi la comprensione) di quanto si vuole raffigurare con la mappa.  All’INSA studiano l’applicazione di questi concetti sia per individuare nuovi modi di descrivere le conoscenze geografiche, sia  come strumento per accedere ai data base geografici.  Il primo filone attiene al tema del Data Mining geografico e quindi si concentra sulle modalità di individuazione di pattern geografici significativi e sulla loro estrazione per la rappresentazione di conoscenze geografiche contenute in un DB geografico.  L’altro filone riguarda lo studio su come sfruttare le mappe corematiche per rendere più efficiente la fruizione dei contenuti  di un Data Base geografico.  Se vogliamo, questa parte della ricerca può essere vista come l’applicazione speculare della precedente: una volta che ho individuato la modalità di rappresentazione globale dei contenuti di un DB geografico , quindi ho ottenuto sunti visuali dei contenuti del DB stesso a diversi livelli gerarchici (per es. nazionale, regionale, provinciale, …),  si possono studiare tecniche per accedere alle informazioni contenute nel DB, in funzione del  grado di approfondimento e di dettaglio che interessa riprodurre.

Spero di avere incuriosito chi ancora non conosceva l’argomento. Chi fosse interessato può recuperare qui una collezione delle slide proiettate da Laurini anche a Genova:  gli appassionati di linguaggi penso valuteranno interessante la struttura in più livelli del linguaggio ChorML. Personalmente, ho trovato anche istruttiva l’esposizione di come si sta affrontando il problema dell’accesso ai DB geografici: resto sempre attratto dagli esempi di contaminazione  tra differenti ambiti scientifici.

kandiskij pertantoMentre il professore parlava, mi sono venute in mente alcune considerazioni di Franco Farinelli su come ancora usiamo esaminare le mappe, cioè come se fossero pagine scritte; non le guardiamo come immagini. E –se ho inteso bene- come riflettendo su questa seconda modalità di osservazione, la mappa potrebbe darci nuove informazioni sul mondo, cioè sul Globo. Di fantasia in fantasia ho immaginato che un DB geografico possa essere come quel labirinto di cui parla Farinelli. In effetti, ad esempio il paradigma della Digital Earth è sferico e non piano, è profondo e non piatto,  non è statico ma sta nel tempo.  Insomma, ho pensato che sarebbe appassionante ascoltare questi due scienziati chiacchierare tra di loro, raccontarsi i loro studi, le loro riflessioni, i risultati e le domande ancora aperte. Sogno? Chissà forse un giorno … perTANTO…   la mappa, come l’Arte parafrasando Kandiskij,  “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”.

21 gennaio, 2010

Google Street View è presente da diverso tempo in Italia, ma oggi ho scoperto che la copertura è decisamente aumentata, specie per due aspetti:

  • la copertura nel meridione d’Italia (finalmente anche nella mia Palermo)
  • la copertura in zone non soltanto cittadine

Il secondo punto è quello che mi sembra più interessante, in quanto sarà possibile vedere luoghi meravigliosi lungo strade abbandonate da Dio e dagli uomini. Io ho provato ad andare a spiare il Tempio di Segesta, ma lo scatto non è un granché.

Qui sotto, in azzurro, la copertura ad oggi. Vado a farmi una passeggiata in campagna  ;-)

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7 dicembre, 2009

Sono ufficialmente online le presentazioni, i video ed i poster della conferenza FOSS4G (Free and Open Source Software for Geospatial) 2009, che si è conclusa da poco a Sydney.

Qui un po’ di URL di riferimento:

E’ un’occasione per chi non ha potuto essere presente, di godere dei tanti spunti che sono stati lanciati in queste giornate. Io devo ancora vederle (quasi) tutte.

Buona visione :-D

24 ottobre, 2009

Si è appena conclusa a Sidney la Conferenza annuale sul Free and Open Source Software for Geospatial (FOSS4G 2009). Da feed e canali vari (ad esempio, il canale FOSS4G su Twitter, di cui Andrea ha parlato nel suo ultimo post) abbiamo appreso del momento probabilmente più entusiasmante della conferenza, solo per il quale sarebbe valsa la pena di volare da quell’altra parte del mondo. Si sta parlando del keynote di Paul Ramsey dal titolo: ”Beyond Nerds Bearing Gifts: The Future of the Open Source Economy”, in cui – non a caso – è ottimamente rappresentata una visione chiara e competente circa l’attuale evoluzione del mondo open source (… e non solo!), secondo il punto di vista di uno che ci è dentro fino al collo.

We are just at the start of a transformation in the software market, where purchasers recognize that they have the option to buy the whole product and get the software for free.

whole_productsIn particolare, il direttore di OSGeo sostiene che, al fine di accedere al mercato che conta, le giovani società che sviluppano open source non dovrebbero “vendere” esclusivamente software, bensì un “intero prodotto” (software + servizi), analogamente a quanto fanno già i giganti del mercato. Ma è qui che il DNA dell’open source si dimostrerebbe particolarmente vincente alla lunga nel processo di selezione naturale imposto dalle leggi di mercato, rovesciando il classico modo di intendere il software: sono i servizi ad esso collegati a determinare quel valore aggiunto tale da consentire di oltrepassare l’abisso esistente tra il mercato di nicchia, popolato da entusiasti della tecnologia e visionari, e quello tradizionale, più rilevante dal punto di vista economico. Aggiunge, poi, che ora stiamo assistendo non ad una rivoluzione dell’open source, ma all’evoluzione dell’open source. Si tratta di un processo lento, ma inesorabile, in cui ci si sta muovendo partendo da un modello aziendale chiuso, dove il codice sorgente è privato, verso un modello collaborativo aperto, dove il codice sorgente è condiviso.

evolution

Si segnala al lettore il link al blog clever elephant, tramite il quale è possibile “rivivere” l’atmosfera dell’evento e farsi una propria idea sull’argomento. Buon Linux Day a tutti!

Nota di redazione: questo post è scritto da Antonio Falciano. Stamattina mi ha “inviato” (e contagiato) per email il suo entusiasmo per la presentazione di Paul Ramsey, e gli ho proposto di trasformarlo in un post. Ringrazio molto Antonio per avere accettato  ;-)

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