E’ appena trascorso un mese dall’entrata in esercizio del primo portale Open Data italiano, dati.piemonte.it, il quale è stato accolto favorevolmente dagli entusiasti sostenitori italiani del movimento Open Data ed addirittura classificato come portale governativo di prima categoria dal gruppo PSI (Public Sector Information) della Commissione Europea, in quanto garantisce l’accesso diretto ai dati, analogamente a data.gov.
Pur trattandosi di una versione beta, rappresenta indubbiamente una pietra miliare che dimostra la fattibilità dell’Open Data anche in Italia, nonostante le difficoltà di cui si accennava in questo recente post.
Ma vediamo in dettaglio di cosa si tratta. La pagina di accesso al portale si presenta con una grafica semplice ed accattivante su cui campeggia in primo piano il principio di fondo dell’iniziativa, una vera e propria dichiarazione di intenti in perfetto stile Government 2.0 ed in completo accordo con il senso della Direttiva 2003/98/CE del Parlamento europeo:
I dati pubblici sono di tutti
I dati in possesso della Pubblica Amministrazione sono un patrimonio informativo prezioso per la società e l’economia. La Regione Piemonte intende metterli a disposizione di cittadini e imprese per stimolare un nuovo rapporto fra pubblico e privato e favorire lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.
A valle di questa esaltante premessa, seguono immediatamente pochi ma efficaci menù che rimandano ai contenuti del portale, dopodiché si va direttamente al sodo, accedendo direttamente ad un piccolo assaggio dei dati grezzi finora messi a disposizione, ad un estratto delle discussioni più recenti nel blog ed, infine, ad una sezione dedicata al riuso dei dati pubblici, dotata di una presentazione multimediale esplicativa sull’argomento.
Curiosando all’interno della sezione Dati, è possibile osservare che:
al momento sono presenti solo alcuni set di dati, tuttavia assicurano che a questi se ne aggiungeranno progressivamente degli altri, anche su richiesta degli utenti;
i dati grezzi sono descritti da metadati (informazioni sui dati);
sono resi disponibili in formato CSV e, di conseguenza, sono consultabili mediante un qualsiasi editor di testo;
sono aggregati a scala provinciale e, talvolta, comunale;
è facile verificare come siano indicizzati nei principali motori di ricerca e quindi siano di facile reperibilità anche all’esterno del portale;
infine, sono corredati di un contratto di licenza in cui si afferma chiaramente che la Regione Piemonte ne detiene la titolarità e ne “autorizza la libera e gratuita consultazione, estrazione, riproduzione e modifica [...] da parte di chiunque vi abbia interesse per qualunque fine, ovvero secondo i termini della licenza Creative Commons – CC0 1.0 Universal” (dominio pubblico).
Benissimo! Siamo certamente ancora distanti dalla mole impressionante di contenuti presenti in data.gov e data.gov.uk, tuttavia sono largamente rispettate in sostanza le indicazioni del Manifesto stilato da The Guardian, contenente a mio avviso un insieme minimo di principi pienamente condivisibile.
Il rilascio dei dati grezzi prodotti dalla PA – in formato aperto e con licenze che ne consentono il riuso – può produrre effetti benefici tanto nella trasparenza dei processi decisionali delle amministrazioni, quanto nella qualità dei servizi e nell’economia immateriale che vi ruoterebbe attorno. In particolare, i raw data costituiscono una risorsa dall’enorme potenziale nascosto, che è possibile far venire allo scoperto sfruttando le relazioni esistenti tra i dati in maniera originale e creativa in fase di produzione di nuovi servizi, magari ottenendo applicazioni assolutamente impensabili da parte degli stessi produttori di dati.
TANTO si occupa ormai da diverso tempo di sensibilizzare i suoi lettori verso l’utilizzo creativo ed appassionato dei vari strumenti del web 2.0 disponibili in rete, sottolineando come essi possano rappresentare un importante mezzo di sviluppo e di crescita sia per chi si occupa di geomatica, che per l’intera collettività. A tal fine, mi piace riportare alcuni stralci di un commento di Pietro Blu Giandonato relativo a questo interessante post:
esiste ormai sul web una messe di strumenti, applicazioni, servizi, fonti di dati formidabile, che sta crescendo vertiginosamente, e della quale non resta altro che coglierne le opportunità a piene mani. [...] In un paio d’ore, tra progettazione e realizzazione, è possibile tirare su un mashup potente, semplice e veloce per mettere in strada dati reperiti altrove da più fonti, o addirittura originali! [...] E’ necessario cambiare il paradigma della geomatica in Italia, passando dal GIS come unico strumento per la rappresentazione e gestione dei dati, arrivando a una sorta di “cloudmapping” realizzato con le decine di strumenti web 2.0 che esistono in giro. Una strada peraltro che richiede essenzialmente fantasia, creatività e intuito, che permette di costruire grandi cose con piccole azioni. Il problema è ovviamente immaginarle…
Così, mi sono chiesto: è possibile visualizzare i raw data piemontesi all’interno di una piccola applicazione di web mapping facendo in modo che i risultati delle interrogazioni siano dei bei grafici, piuttosto che noiosi numeri? Certamente! Ho scelto quindi i dati relativi alle dotazioni ICT presso i cittadini e ne ho effettuato il download accettandone le condizioni di utilizzo. Trattandosi di dati in forma tabellare, li ho semplicemente importati all’interno di un foglio di calcolo di Google Docs e poi pubblicati in modo tale che “chiunque abbia accesso a Internet possa trovarli e visualizzarli“, ottenendo la struttura seguente:
I dati prescelti possono essere analizzati secondo differenti chiavi di lettura (query). Ad esempio, è possibile risalire alle dotazioni ICT per provincia e per anno, così come alla singola dotazione per provincia negli anni 2005-2009. Mi sono posto pertanto il seguente obiettivo: individuare lo strumento web 2.0 più agevole per interrogare la tabella come all’interno di un database, in modo da poter estrarre di volta in volta solo i dati necessari per ottenere il grafico corrispondente ad una particolare query. Dopo vari tentativi con Yahoo! Pipes ed YQL (Yahoo! Query Language), peraltro abbastanza ben riusciti (li trovate qui), ho individuato nel Query Language delle Google Visualisation API un’alternativa relativamente semplice ed efficiente, tale da scongiurare la necessità di dover configurare un web server e risolvere le beghe informatiche dovute alle cross-domain restrictions. Si tratta praticamente delle stesse API che consentono di ottenere dei grafici a partire dai dati.
A proposito della componente geografica, ho deciso di utilizzare come client OpenLayers (di cui si parla spesso qui su TANTO) per via della sua enorme versatilità e semplicità d’uso, un servizio TMS (Tile Map Service) di OpenStreetMap come layer di base ( i “linked data” per eccellenza!), ed i confini ISTAT delle province reperibili qui, utilizzabili per scopi non commerciali a patto di citarne la fonte. Questi ultimi sono stati convertiti nel formato GML ed opportunamente trasformati nel sistema WGS84 (EPSG:4326).
In definitiva, il funzionamento dell’applicazione è molto semplice ed intuitivo: scelta una delle opzioni (query) poste in basso, per interrogare una delle province piemontesi occorre semplicemente cliccare sulla corrispondente entità vettoriale che la rappresenta in mappa. Comparirà successivamente un popup contenente la denominazione della provincia, il titolo del grafico ed il grafico stesso (dotato di legenda, se necessaria). Questo è il mashup risultante:
Per concludere, ho alcune interessanti novità da segnalare. Nel frattempo, negli altri Paesi il modello di Open Government procede inesorabilmente la sua marcia. In particolare, nel Regno Unito è stata appena istituita una Commissione per la Trasparenza nel Settore Pubblico con il compito di guidare l’agenda sulla Trasparenza del Governo, rendendola un elemento cardine di ogni sua attività e assicurando che tutti i Dipartimenti presso Whitehall rispettino le scadenze fissate per il rilascio di nuovi dataset pubblici. Inoltre, è responsabile della definizione di standard sui dati aperti per l’intero settore pubblico, recependo ciò che è richiesto dal pubblico e assicurando l’apertura dei dataset più richiesti. Un primo importante compito della Commissione attualmente in itinere consiste nella definizione dei Principi di Trasparenza dei Dati Pubblici mediante il diretto coinvolgimento degli utenti.
Un’altra novità di rilievo è la nascita del portale italiano CKAN, un progetto ad opera della Open Knowledge Foundation. Si tratta di un catalogo di dati e contenuti aperti creato allo scopo di facilitarne la ricerca, l’uso e il riuso, al quale è possibile contribuire liberamente, fornendo informazioni sulle banche dati (metadati), quali l’URL della risorsa, l’autore e il soggetto che detiene la titolarità dei dati, la versione e la licenza d’uso.
Sempre in Italia, un’altra notizia che fa ben sperare: il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, durante un’intervista a Frontiers of Interaction 2010, ha annunciato la creazione di un data.gov italiano entro la fine dell’anno. In particolare, la pubblicazione dei dati pubblici dovrebbe servire da contromisura ai fenomeni di corruzione legati agli appalti. Finalmente!
Esistono delle svolte epocali che lasciano il segno nel mondo dell’informazione geografica. In passato, una di queste è scaturita sicuramente dall’Executive Order 12906, emanato nel 1994 dall’allora presidente degli USA Bill Clinton, che ha portato alla costituzione della National Infrastructure of Spatial Data (NSDI) e senza il quale forse oggi non esisterebbe l’ossatura portante dell’infrastruttura di dati spaziali europea INSPIRE.
Un documento di portata eccezionale molto recente è, invece, il Memorandum sulla Trasparenza e l’Open Government di Barack Obama (gennaio 2009) che, sancendo i principi dell’Open Government (trasparenza, partecipazione e collaborazione), ha prodotto la nascita del portale governativo americano data.gov al fine di incrementare l’accesso pubblico ai dati prodotti dai vari dipartimenti del governo federale, dati che sono rilasciati rigorosamente in formato aperto (Open Data).
Altro provvedimento scaturito dal memorandum presidenziale è l’Open Government Directive del dicembre 2009 (già citata da Sergio Farruggia nel suo ultimo post), che definisce nel dettaglio gli adempimenti dei dipartimenti esecutivi e delle agenzie per l’implementazione dei suddetti principi secondo scadenze temporali molto ristrette (solo 45-60 giorni!).
Una forte carica di innovazione era d’altronde già presente nell’illuminante talk di Tim Berners-Lee al TED 2009 (di cui TANTO si era occupato qui), in cui si auspicava un nuovo cambio di prospettiva della rete delle reti da attuarsi mediante il rilascio dei raw data: solo ponendo in relazione tra loro i dati grezzi, ottenendo i linked data, è possibile portare alla luce il loro enorme potenziale inesplorato, ovvero quel valore aggiunto implicitamente contenuto in essi. Era nato dunque l’Open Data Movement.
Tali eventi non hanno tardato a sortire i loro effetti in giro per il mondo. Da allora stiamo assistendo al proliferare di altre iniziative in tal senso, tra le quali spiccano i portali del Regno Unito, della Nuova Zelanda e dell’Australia. Inoltre, anche la Banca Mondiale (si veda il post di Pietro Blu Giandonato) e, sempre in UK, l’Ordnance Survey hanno recentemente liberato una cospicua parte dei dati in loro possesso al fine di promuoverne il riuso.
Brown asked: “What’s the most important technology right now? How should the UK make the best use of the internet?” To which the invigorated Berners-Lee replied: “Just put all the government’s data on it.” To his surprise, Brown simply said “OK, let’s do it.”
La direttiva sull’Open Government rappresenta non solo un importante tassello strategico nel disegno della trasparenza politica obamiana, ma produce concretamente anche la possibilità di sviluppare business, innescando “una competizione sulla qualità dei servizi e delle applicazioni prodotte, che genererebbe sicuramente una ripresa di tutto il settore dell’economia immateriale“, come spiega Gianluigi Cogo nell’approfondimento di Nóva dedicato all’Open Data.
La liberalizzazione dei dati secondo standard aperti ha infatti scatenato iniziative come Apps for democracy che, nell’arco di un mese, ha prodotto la realizzazione di ben 47 applicazioni di pubblica utilità per il web, iPhone e Facebook con un ritorno economico sull’investimento stimato intorno al 4000%. Per comprendere meglio le potenzialità derivanti dall’uso degli open data, un interessante caso di studio ci viene offerto dal Canada, dove è stata scoperta una maxi frode fiscale che ha coinvolto le maggiori società di beneficenza del Paese per un importo pari a ben 3,2 miliardi di dollari.
E’ possibile quindi realizzare un primo punto della situazione del movimento globale Open Data, così come ha fatto Tim Berners-Lee al TED 2010 (il talk è sottotitolato anche in italiano):
L’esempio di utilizzo degli Open Data forse più emblematico presentato da Berners-Lee è quello della mappa disegnata da un avvocato per dimostrare la forte correlazione esistente tra le case occupate da bianchi e quelle collegate all’acquedotto, risultato della discriminazione razziale verso i neri a Zanesville (Ohio, USA), che ha convinto il giudice a condannare la contea ad un risarcimento di oltre 10 milioni di dollari. Tale applicazione è la semplice dimostrazione di quali interessanti informazioni sia possibile ottenere, ponendo in relazione gli Open Data, in settori quali ad esempio l’epidemiologia geografica (a tal proposito si veda questo post).
Inoltre, proprio in questi giorni, è trascorso il primo anniversario di data.gov ed è possibile trarne un primo entusiasmante bilancio direttamente dal CIO Vivek Kundra sul blog della Casa Bianca.
Di fronte all’evidente pragmatismo del mondo anglosassone, probabilmente il lettore si chiederà cosa si sta facendo adesso o si farà in futuro in Italia. In tal senso, si ritiene opportuno segnalare questa intervista ad Ernesto Belisario, avvocato ed esperto in diritto delle nuove tecnologie, secondo il quale la pubblicazione e l’accesso ai dati pubblici in Italia è attualmente una sorta di percorso ad ostacoli. In particolare, egli sostiene che da un lato ci sono problemi a livello organizzativo:
la Pubblica Amministrazione, fatte le dovute eccezioni, generalmente non è pienamente consapevole del consistente patrimonio di dati in suo possesso;
soltanto una minima parte dei dati in possesso della PA è disponibile in formato digitale e, nei casi in cui lo è, non sempre è garantita l’interoperabilità;
inoltre, i dati non sempre sono acquisiti con una licenza tale da consentirne la pubblicazione ed il riuso
Dall’altro, esistono anche evidenti limiti a livello normativo:
la legge generale sul procedimento amministrativo che, a differenza degli USA in cui ogni cittadino – in quanto tale – ha il diritto di accesso ai dati pubblici (right to know), prevede il possesso di un interesse specifico e qualificato per poterlo fare (need to know);
una normativa sulla privacy troppo rigorosa che limita notevolmente la trasparenza e l’accesso ai dati, impedendone di fatto l’indicizzazione da parte dei motori di ricerca;
il Codice dell’Amministrazione Digitale che, pur avendo una portata rivoluzionaria, in quanto consentirebbe alla PA di rendere disponibili i propri dati in formato aperto, tuttavia non va a modificare la legge sulla trasparenza amministrativa e né la legge sulla privacy.
In definitiva, c’è molto lavoro da fare, ma qualcosa comincia a muoversi. Recentemente stiamo assistendo all’apertura del PCN (futuro geoportale nazionale di INSPIRE) nei confronti del movimento OpenStreetMap (si veda il seguente post) e alla nascita del primo portale Open Data italiano, dati.piemonte.it. Sicuramente, non è finita qui!
Questa è una piccola grande notizia che apprendo grazie @lucamenini : il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha autorizzato (il 30 Aprile scorso) a “ricalcare le foto aeree tramite l’accesso al WMS del PCN“.
Sarà possibile arricchire la base dati di OpenStreetMap, tracciando punti, linee, e poligoni su delle basi di buona qualità e finalmente omogenee per il territorio nazionale. Molti dei client con i quali è possibile modificare i dati di OSM, consentono infatti di aggiungere layer WMS come base per il ricalco.
Questo il link da usare in JOSM per la sorgente WMS delle ortofoto del 2006:
Ringrazio coloro i quali si sono battuti per questo risultato, ed in particolare Simone Cortesi di OpenStreetMap Foundation, e ovviamente anche il PCN.
Simone ha inoltre lanciato una proposta di virtual mapping party di ritracciatura durante la settimana delle libertà digitali: http://www.libertadigitali.org/
Sono molto contento di questa notizia e chiedo a tutti i lettori interessati di darne ampia eco. Grazie in anticipo!!
La Banca Mondiale , come molti sapranno, fornisce prestiti agevolati ai paesi in via di sviluppo per finanziare programmi volti alla riduzione della povertà. Come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica, e infatti da molti anni è stata lanciata una campagna internazionale per la sua riforma.
Ma non è dei lati oscuri che ogni banca ha – e ai quali nemmeno la World Bank sfugge – che voglio parlare qui oggi, ma della decisione di liberare i dati che questa istituzione detiene, e che riguardano i Paesi di tutto il mondo. Le attività di ricerca e finanziarie che la Banca svolge, si basano infatti su dati di tipo demografico, produttivo e ambientale di assoluto valore, e la decisione di renderli disponibili è un grande passo verso l’idea di dati “grezzi, aperti e liberi”.
Come fa presente Andrew Turner in un suo recente post, la Banca Mondiale aveva da tempo rilasciato delle API per poter utilizzare la propria banca dati in applicazioni esterne (c’è perfino un’app per iPhone), ma poterli ora scaricare in formati aperti (CSV, XML) li rende davvero accessibili a chiunque, per qualunque scopo.
Il catalogo dei dati è consultabile direttamente sul sito della WB, per Paese (qui l’esempio relativo all’Italia) con la possibilità di visionare direttamente in una stessa pagina i trend dei classici indicatori finanziari (PIL, export, reddito pro-capite, ecc.), demografici (indice alfabetizzazione, disoccupazione, educazione), sanitari (mortalità) e ambientali (produzione CO2 pro-capite). Ogni singolo dataset è poi scaricabile, come detto, in formati aperti utilizzabili in qualunque applicazione e per qualunque scopo.
Come lo stesso Istituto fa presente nell’introduzione, il lavoro ha come obiettivo essenzialmente quello di compendiare svariati dati di carattere amministrativo. Ma un altro passaggio degli editori, che mi ha positivamente colpito, mette in evidenza il ruolo della “geografia amministrativa”, che ha come scopo soprattutto quello di analizzare la suddivisione geografica dei soggetti pubblici che hanno competenze territoriali, e valutare l’efficacia della loro articolazione.
Il volume è organizzato in otto capitoli che descrivono:
Caratteristiche del territorio (zone altimetriche, classificazione dei Comuni secondo l’altitudine, il grado di urbanizzazione, gli agglomerati morfologici urbani).
Unità amministrative (circoscrizioni comunali, comunità montane, comunità isolane).
Unità funzionali: area economica (Direzioni regionali e provinciali del lavoro, Camere di Commercio, Centri per l’impiego, Agenzia del Demanio, Agenzia delle Entrate, Agenzia del Territorio, Agenzia delle Dogane, Distretti Industriali, Aree obiettivo UE).
Unità funzionali: area istruzione, turismo, cultura e servizi sanitari (Uffici Scolastici Regionali e Provinciali, Circoscrizioni turistiche, Dir. regionali beni culturali e paesaggistici, Soprintendenze beni AA, ASL)
Unità funzionali: area ambiente, trasporti e reti (ARPA/APPA, ATO, Aree naturali protette, CFS, Compartimenti ANAS, Compartimenti rete ferroviaria, ENAC, CAP, Distretti telefonici).
Unità funzionali: area difesa, sicurezza, giustizia (Questure, CC, GdF, Capitanerie di porto, VVFF, Corti d’appello, Tribunale ordinario, Giudici di pace).
Unità statistiche (Nomenclatura delle unità territoriali per le statistiche, Sistemi locali del lavoro, Specializzazione produttiva prevalente dei sistemi locali del lavoro, Distretti industriali).
Altre partizioni (Diocesi, Regioni ecclesiastiche).
Per ciascuna entità amministrativa viene descritta l’organizzazione dell’ente e le sue principali funzioni. Per ognuna di esse viene messo a disposizione uno shapefile (UTM 32 WGS84) e un file Excel con riportate informazioni descrittive minime. Gli strati geografici – come spiega lo stesso ISTAT – sono stati realizzati partendo dai confini amministrativi dei Comuni, aggregati con operazioni topologiche di dissolve a seconda dell’organizzazione territoriale di ogni entità presente nell’atlante.
La reale importanza della pubblicazione è sostanzialmente quella di raccoglie in maniera sistematica informazioni di carattere amministrativo relative a numerosi soggetti pubblici difficilmente reperibili altrove da fonti ufficiali.
Mancano d’altro canto, per ciascuna di esse, dati di tipo quantitativo che avrebbero costituito il vero valore aggiunto dell’atlante, come ad esempio il numero di scuole, di docenti e di alunni afferenti a USR e USP, il numero di poliziotti in carico alle Questure, o quello dei Carabinieri a Tenenze e Stazioni. Informazioni che avrebbero potuto costituire la base di dati necessaria per poter fare proprio quel lavoro di analisi dell’efficacia, del dimensionamento e dell’articolazione dei soggetti e degli operatori pubblici di cui si parlava prima. Fare geografia amministrativa è ancora difficile in Italia, perchè spesso i dati vanno aggregati ad hoc, ma questo atlante è già un importante passo avanti.
Ah, dimenticavo… rimane come al solito il problema della licenza di utilizzo di questi dati. La dicitura in quinta pagina del volume “Si autorizza la riproduzione a fini non commerciali e con citazione della fonte” è abbastanza chiara, ma per completezza vi invito a leggere con attenzione l’esperienza che hanno avuto gli amici di GFOSS.it sempre con l’ISTAT, sembra comunque positiva.
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