Archivio del mese di gennaio, 2014

31 gennaio, 2014 | di

11072243544_aee17577fa_oaaa

Quando lo scorso maggio – con Ciro, Gerlando, Marco, Giulio, Davide e Francesco – ho iniziato il lavoro che ha portato alla redazione de ” le linee guida sugli #OpenData della città di Palermo” avevo tantissimo entusiasmo, un po’ di conoscenza di dominio e pochissima esperienza su obiettivi di questo tipo.
Mi sentivo forte di entusiasmo e di conoscenze: in dipendenza del momento, le usavo ora come spade, ora come scudi. Mi dovevo prendere cura di un lavoro ”mio”, che mi sembrava di valore per la società.
Oggi, alla luce dell’esperienza fatta, mi sembra inutile brandeggiare qualsiasi arnese e quel lavoro è della comunità, non mi appartiene più.

Questa bella evoluzione si deve essenzialmente a un’intuizione: avere compreso il valore che una licenza fornisce all’opera a cui viene applicata.
Ai più sembrerà una concetto scontato, e confesso che anche io avrei pensato allo stesso modo prima di aver vissuto questa vicenda. Soprattutto per le licenze che danno maggiore “libertà”:

La persona che ha associato un’opera con questo atto ha dedicato l’opera al pubblico dominio attraverso la rinuncia a tutti i suoi diritti al lavoro in tutto il mondo dalle leggi sul copyright, inclusi tutti i diritti connessi e vicini, nei limiti consentiti dalla legge (licenza CC0).

Associare una licenza di questo tipo ad un proprio elaborato lo rende evidentemente “indipendente”, a disposizione di chiunque lo voglia utilizzare, nelle maniere più inaspettate e geniali.
Ma anche il semplice fatto che ad un oggetto sia associata una licenza chiaramente definita è parte del valore di cui sopra. Proprio quest’ultima cosa, l’ho imparata lavorando su queste linee guida.

Quando abbiamo iniziato a scriverle siamo partiti dai contenuti, e durante tutto il processo di elaborazione non abbiamo mai pensato ai diritti sul documento. Se non nei termini classici: ma sto trasgredendo qualche norma? Se copio questo testo ci denunciano? C’è una multa da pagare?

Ma il bello di una licenza è ciò che ti abilita a fare, non quello che ti vieta: ho apprezzato questo concetto e l’ho fatto mio recentemente. A fine dicembre infatti Francesco Piero Paolicelli mi scrive un’email e mi chiede di inviargli copia in formato modificabile delle linee guida di Palermo, perché sul web c’era soltanto la meno “comoda” e accessibile copia in formato PDF. Allora, visto che il documento era mio, di Ciro, Gerlando, Marco, Giulio, Davide e Francesco, dovevo prima condividere con tutti loro la scelta e all’unanimità. Scrivo loro un’email e nasce uno scambio da cui – non senza sane incomprensioni evolute in soluzioni – ci rendiamo conto che il documento non era veramente libero e che stava perdendo il valore (quello che sia) che aveva.
Per liberarlo, dargli superpoteri e farlo diventare virale è bastato applicargli una licenza. Le “linee guida sugli #OpenData della città di Palermo” sono state pubblicate quindi in CC BY-SA e tutti sono liberi di:

  • Condividere - riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato
  • Modificare - remixare, trasformare il materiale e basarti su di esso per le tue opere per qualsiasi fine, anche commerciale.

Ai seguenti termini:

  • Attribuzione - Si deve attribuire adeguatamente la paternità sul materiale, fornire un link alla licenza e indicare se sono state effettuate modifiche. E’ possibile realizzare questi termini in qualsiasi maniera ragionevolmente possibile, ma non in modo tale da suggerire che il licenziante avalli te o il modo in cui usi il materiale.
  • Stessa Licenza - Se si remixa, trasforma il materiale o ci si basi su di esso, bisogna distribuirne i contributi con la stessa licenza del materiale originario.

E’ bastato questo per renderlo un documento utile, abilitante e virale e sono felice che le linee guida sugli Open Data approvate in queste ore dal Comune di Matera siano basate sull’entusiasmo, sulla conoscenza e sull’esperienza che hanno portato alla pubblicazione del documento della città di Palermo, che trovate qui http://bit.ly/opendatacomune.

La licenza applicata non è la migliore, ma alcuni testi utilizzati per la sua stesura sono pubblicati in CC BY-SA e quindi è stato necessario imporre la stessa licenza.

E’ la prima versione del documento, e difatti gli abbiamo assegnato un numero di release e scelto un nome. Per il nome abbiamo deciso di iniziare dalla lettera “a” e di usare una parola che “localizzi” un po’ il documento (è un’idea di Gerlando). E’ la prima release, e quindi dovremo prendercene cura anche in futuro, migliorarla, snellirla, uniformarla nello stile, ristrutturarla e completarla.
Migliorarla ad esempio proprio in termini di licenza e passare da CC BY-SA a CC BY, in modo che sia ancora più riutilizzabile. Oppure renderla neutra rispetto ai Comuni di Italia, e rimuovere i riferimenti a Palermo.
Il documento è aperto ai commenti, così che si possano costruire le versioni successive in modo partecipato, e raccogliere correzioni, note e integrazioni di chicchessia.

E’ stata ed è una bella esperienza e mi sembra utile condividerla. Il documento pubblicato ora in CC BY-SA non vuole essere però una “terra di mezzo” tra l’esigenza di chi deve redarre delle linee guida sugli Open Data e la loro realizzazione, ma la definizione di una frontiera da superare.

NdR: la bella immagine in testa è una delle tante di pubblico dominio della British Library.

10 gennaio, 2014 | di

Logo di OpenStreetMap

Abbiamo deciso di pubblicare la traduzione di un recente articolo di Serge Wroclawski, “Why the World Needs OpenStreetMap“, perché ci sembra importante riconoscere e sottolineare il valore di OSM al di là della sua utilità pratica e della sua gratuità. Ci scusiamo per eventuali inesattezze, non siamo traduttori professionisti! :)

 

Perché abbiamo bisogno di OpenStreetMap

Ogni volta che parlo con qualcuno di OpenStreetMap, inevitabilmente mi viene chiesto “Perché non usi Google Maps?”. Da un punto di vista strettamente pratico si tratta di una domanda ragionevole, però la questione non riguarda solo l’utilità (di tale scelta), ma che tipo di società vogliamo. Ne ho parlato nel 2008 in una conferenza su OpenStreetMap che ho tenuto al primo convegno MappingDC. I concetti che riporto qui sono gli stessi, ma trattati in maniera più estesa.

Nell’800 le persone avevano il problema del tempo, non in termini di tempo a disposizione, ma di che ora fosse. Gli orologi esistevano già, ma ogni città aveva il suo “tempo locale”, che si sincronizzava sugli orologi della città, o più spesso, le campane delle chiese. L’orario delle ferrovie, e infine il Tempo Medio di Greenwhich, ha soppiantanto gli orari locali e oggi la maggior parte della gente considera il tempo come qualcosa di universale. Negli Stati Uniti questo è avvenuto inizialmente grazie all’adozione del tempo standard da parte delle Ferrovie e successivamente delle università e delle grandi imprese.

L’equivalente attuale del dilemma del tempo è la posizione geografica, e diversi soggetti stanno cercando di diventarne il riferimento assoluto. Google spende un miliardo di dollari l’anno per mantenere le proprie mappe, senza considerare il miliardo e mezzo speso per comprare Waze. Non è certo l’unica azienda che sta cercando di prendersi tutto lo spazio, visto che anche Nokia si è comprata Navtek e TomTom e Tele Atlas stanno cercando di fondersi (in realtà TomTom ha già acquisito TeleAtlas, N.d.T.). Tutte queste aziende vogliono diventare il riferimento assoluto di ciò che è posizionato sulla Terra. Questo perché ciò che ha una posizione geografica è diventato un grande business. Con i GPS in ogni auto, ed uno smartphone in ogni tasca il “mercato” di chi vuole dirti dove sei e dove devi andare è diventato feroce.

Con tutte queste aziende perché c’è bisogno di un progetto come OpenStreetMap? La risposta è semplice, perché in una società nessuna azienda dovrebbe avere il monopolio sui luoghi, così come nessuna azienda ha avuto il monopolio del tempo nell’800. I luoghi sono un bene comune, e dando ad una singola entità tutto questo potere gli viene dato non solo il potere di dirti la tua posizione, ma anche di poterla manipolare. Ci sono tre aspetti in questione: chi decide cosa deve essere visualizzato sulla mappa, chi decide dove ti trovi e dove dovresti andare, e la privacy personale.

Chi decide cosa debba essere visualizzato su una mappa di Google? Ovviamente la risposta è Google. Mi è capitato di affrontare la questione durante un incontro con un’amministrazione locale nel 2009: erano preoccupati all’idea di usare Google Maps sul loro sito web perché Google decide quali aziende/attività commerciali mostrare. Avevano ragione ad essere preoccupati dal momento che un’amministrazione pubblica deve rimanere imparziale, e delegando le proprie mappe ad un soggetto terzo si trovano a cederne anche il controllo. E’ inevitabile, se non lo stanno già facendo, che Google cerchi di monetizzare le ricerche geografiche, dando priorità a certi risultati rispetto ad altri. Ad esempio, sarà una coincidenza ma se provo a cercare “colazione” vicino a casa mia, il primo risultato è Ristoranti SUBWAY®. Google non è certo l’unico distributore di mappe, è solo un esempio. Il punto è che quando si usa un qualsiasi provider di mappe, gli viene dato il potere di decidere quali siano gli elementi a cui dare risalto, o quali non debbano essere proprio mostrati.

La seconda questione riguarda il posizionamento. Chi definisce cosa sia “vicino”, o se sia meglio andare in una certa direzione piuttosto che un’altra? Questo problema è stato argomento di un articolo dell’ ACLU (n.t.: Unione americana per le libertà civili) dove veniva discusso l’algoritmo utilizzato da un certo servizio di mappe, il quale nel calcolo di un percorso (in auto, in bici o a piedi) prendeva in considerazione la pericolosità o la sicurezza del contesto. C’è da chiedersi chi stabilisce se un luogo sia sicuro o meno, o se piuttosto la parole “sicuro” sia soltanto un termine in codice per riferirsi a qualcosa di più sinistro. Ad oggi, Flickr colleziona informazioni relative agli spazi geografici sulla base delle fotografie, che vengono esposte tramite un’API pubblica. Utilizzando queste informazioni possono suggerire tags per le nostre fotografie, ma i cluster geografici ottenuti dalle loro elaborazioni potrebbero essere usati per controllare e manipolare qualsiasi altra informazione, dai pattern del traffico ai prezzi degli immobili, perché quando un provider di mappe diventa sufficientemente grande, diventa una fonte di “verità”.

Infine, queste società sono incentivate a raccogliere informazioni su di noi con modalità che potrebbero non piacerci. Quando utilizziamo i loro servizi, sia Google che Apple acquisiscono informazioni sulla nostra posizione. Possono usare questi dati per migliorare l’accuratezza delle mappe, ma Google ha già annunciato che intende usarla per analizzare la correlazione tra le ricerche che facciamo e i luoghi dove ci dirigiamo. Con 500 milioni di telefoni Android si tratta di un enorme quantità di informazioni, ottenute a livello individuale, sulle abitudini della gente sia che stia facendo una passeggiata, che stia andando a lavoro, dal dottore o, magari, che stia partecipando ad una protesta. E’ evidente che non si possono ignorare le implicazioni sociale che comporta la disponibilità di così tanti dati in mano ad una singola azienda, indipendentemente da quanto si dichiari benevola. Aziende come Foursquare utilizzano il mezzo della “gamification” per coprire quello che di fatto è un’opera di acquisizione di dati, e anche Google è entrata nella partita della “gamification” con Ingress, un gioco che sovrappone un mondo virtuale a quello reale e porta gli utenti a raccogliere foto e informazioni stradali con l’obiettivo di combattere, o favorire, un’invasione aliena.


Visualizza mappa ingrandita

Ora che abbiamo identificato i problemi, possiamo esaminare come OpenStreetMap li risolva tutti. In termini di contenuti geografici, OpenStreetMap è sia neutrale che trasparente. OpenStreetMap è una sorta di wiki che chiunque al mondo può editare. Se un negozio manca da una mappa, può essere aggiunto dallo stesso esercente o magari da un cliente. Per quanto riguarda la visualizzazione cartografica, ogni persona o azienda può crearsi la mappa come vuole, tuttavia la principale mappa su OpenStreetMap.org utilizza software cartografico FLOSS (Free/Libre and Open Source Software) e un foglio di stile (per la vestizione cartografica, N.d.T.) disponibile con una licenza di pubblico dominio, da cui chiunque può partire per costruirsene uno proprio. In altre parole, chiunque ne abbia bisogno può crearsi la propria mappa basandosi sugli stessi dati.

Analogamente, mentre i router (i software per il calcolo dei percorsi ottimali, N.d.T.) più popolari di OpenStreetMap sono FLOSS, se un’azienda decidesse di usare un’altra tecnologia, un utente può sempre utilizzare il proprio software e potrebbe facilmente confrontare i risultati, ottenuti dagli stessi dati, per verificare eventuali anomalie.

Infine, un utente può scaricare liberamente tutti o parte dei dati di OpenStreetMap per utilizzarli offline. Questo significa che è possibile usare i dati di OpenStreetMap per navigare senza dover comunicare ad alcuno la propria posizione.

OpenStreetMap rispetta le comunità e rispetta le persone. Se non stai già contribuendo a OSM, valuta la possibilità di farlo. Se già contribuisci, grazie.

(Serge Wroclawski “Why the World Needs OpenStreetMap“, CC-BY-SA)

1 gennaio, 2014 | di

Cinque anni fa scegliemmo di farvi gli auguri pubblicando il testo del ”Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere” (1832), dalle “Operette Morali” di Giacomo Leopardi.

Il caso ha voluto che oggi leggessi un tweet di @webeconoscenza, che mi ha fatto scoprire una piccola perla: nel 1954 Ermanno Olmi realizzò un video basato su questa opera. Dura soltanto 6 minuti e – a costo di ripeterci – mi sembra ancora una volta un modo speciale di augurare buon anno e buona fortuna.

Buona visione

Immagine anteprima YouTube


TANTO non rappresenta una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, in quanto non viene aggiornato con una precisa e determinata periodicita'. Pertanto, in alcun modo puo' considerarsi un prodotto editoriale.