Archivio del mese di dicembre, 2013

23 dicembre, 2013 | di

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Questo post è dedicato a Francesco, il mio nipotino più grande, all’uomo che sarà nel futuro.

Caro Franci,
la mamma mi ha appena scritto che da te piove e che stai scrivendo – tanto per cambiare – del codice. Allora mi è venuto in mente che, anche se hai da poco compiuto vent’anni, è arrivato il momento di raccontarti una storia, che non voglio si perda nella mia memoria e rimanga anonima. Metti da parte le tue incomprensibili stringhe di testo, spegni un attimo il tuo strano “coso” informatico (io sono nato nel millennio precedente e continuerò ad usare il mio vecchio tablet), stampala e leggila con calma.

Poco più di dieci anni fa lo zio Andrea, insieme ad altre 5 persone, ha scritto le ” Linee Guida per le attività sugli Open Data della Città di Palermo“. E’ proprio grazie (anche) a questo, che oggi dal tuo tavolo di Berlino puoi connetterti ai Linked Open Data del Comune di Palermo, incrociarli con i dati ISTAT e OpenStreetMap e scrivere la tua applicazione ”Il bello di Palermo” (come farei senza la tua app!). Lo so, non ci crederai, perché “lo zio è bravo soltanto a mettere pallini su mappe e a perseverare a usare twitter”.

Tutto inizia nel febbraio del 2013 quando, con un altro degli autori delle linee guida – Gerlando Gibilaro il mio amico avvocato che crede di sapere usare il PC (noi li chiamiamo ancora così) – decidemmo di partecipare all’Open Data Day di Palermo (eravamo una trentina, mica i tremila di Berlino di #oddit25), in cui fu presentata per la prima volta la sezione Open Data del sito del Comune. Eravamo come sempre con penna e carta in mano, e a manifestazione finita tornammo a casa abbastanza scoraggiati e con i nostri appunti in tasca. Rimanemmo con atteggiamento “monitorante” – un giorno ti racconterò di Luigi e di Monithon – e a distanza di pochi mesi insieme decidemmo di scrivere un post su TANTO (a proposito quando me lo sistemi il widget social?), in cui evidenziammo come dal giorno della presentazione tutto fosse inalterato sia in termini di quantità, sia – soprattutto – di qualità. Fu un post molto letto (nei limiti ovviamente della piccola nicchia interessata) specie a livello nazionale; a Palermo ebbe un po’ di eco, principalmente perché pubblicato da Giulio Di Chiara – un altro degli autori delle linee guida – sul tuo amato mobilitapalermo. Aldilà del numero dei lettori, continuo a pensare che quel post fu una delle cause che portò Marco Alfano (anche lui un autore) – consulente del Comune sul tema – a telefonarmi ed invitarmi alla prima riunione ufficiale sugli Open Data. A questa erano presenti circa una quindicina di persone, ma di molte si persero rapidamente le tracce; così come avvenne del cosiddetto “gruppo opendata” – aperto sul mitico Google Groups – che si dissolse dopo poco tempo.

Di incontro in incontro, fatti in orari ed in giorni improbabili, e di email in email (per darti un’idea di quei mesi di lavoro ho fatto questo screenshot per te) si decise di concentrarsi sulla redazione di un documento di linee guida, in quanto ritenuto uno strumento strategico e propedeutico alla corretta realizzazione di un’azione Open Data. Un testo che non definisse soltanto la strategia che avrebbe dovuto tenere la nostra istituzione cittadina, ma che definisse anche gli aspetti tecnici (processo di pubblicazione dei dati e loro riutilizzo), l’organizzazione interna, gli obiettivi, le azioni e i tempi. L’obiettivo era arduo e probabilmente non lo raggiungemmo in pieno, ma per fortuna ci potemmo appoggiare “sulle spalle dei giganti” e fare riferimento in modo chiaro ad altre pubblicazioni già fatte sulla materia (una tra tutte “Linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico” dell’Agenzia per l’Italia Digitale); i riferimenti chiari furono – non so perché – rimossi dal documento originale da noi scritto, e quello ufficiale pubblicato sembra in alcune parti una di quelle (rare per fortuna) tesi di laurea con porzioni di testo copiate senza citare la fonte (ok, non ti faccio la solita ramanzina sul fatto che la forma è sostanza, e sulla Creative Commons 8).

Con tutti gli autori del documento – non ti ho citato ancora Davide Taibi, Ciro Spataro e Francesco Passantino - ci lanciammo in una difficile e lunga scrittura a più a mani che portò alla stesura di un documento che per alcuni aspetti fu (per quei tempi) speciale.

La cosa più bella e interessante – scusami se mi sparo un po’ di pose – fu la modalità con la quale furono realizzate. Io conoscevo bene soltanto uno degli autori del documento, altri due erano per me degli sconosciuti, e dei restanti avevo una conoscenza superficiale. Ci tenne insieme la voglia di arrivare all’obiettivo.

Fu una cosa fatta totalmente dal basso, da cittadini volontari, in modo informale, senza budget ed in tempi che si possono considerare rapidi, considerato (questo) il contesto. Questo ovviamente grazie anche all’azione del Comune di Palermo che, ricevuto da noi il documento, lo approvò in poche settimane. Ne approfitto per citarti altre persone che ebbero un ruolo in questa storia: Giusto Catania, Giuseppe Meli e Sergio Maneri, che con vari ruoli - per il Comune di Palermo – sono stati i nostri interlocutori principali e gli attuatori della cosa.

Un altro aspetto unico nel suo genere (per l’Italia) di quel documento fu la presenza di pietre miliari temporali, che fissavano dei paletti per la realizzazione di determinati obiettivi. Il Comune mostrò coraggio e recepì questa sezione del documento senza alcuna variazione. A proposito di variazioni voglio sottolinearti quanto venne ben considerato il nostro lavoro e come non venne fatta dalla Pubblica Amministrazione alcuna integrazione, estensione o modifica del testo che consegnammo. Furono effettuate soltanto alcune cancellazioni (consentimi, ma non le posso mettere alla stregua di modifiche) così come puoi vedere in questo documento in cui sono evidenziate le differenze tra il testo da noi consegnato e quello approvato.

Lo so, la sto facendo lunga, e sono il solito “zio Andrea noioso”. Volevo però fissare la cosa, e dargli i giusti contorni. Avrei potuto scrivere dell’altro, e di come quell’esperienza mi lasciò anche dell’amaro in bocca. Ma è Natale e confido nella tua sensibilità di lettore ;)

Sono passati circa dodici anni, e l’orgoglio per essere stato parte attiva di questa cosa è immutato. Anzi forse è maggiore, perché vedere un nipotone che dopo anni ne raccoglie alcune delle conseguenze mi riempie il cuore di gioia. Adesso fai riposare un po’ gli occhi e vai a farti una bella passeggiata in Alexplatz, (tu che puoi)!

Buon Natale dalla zia Annalisa e da me

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E auguri a tutti voi dalla redazione di TANTO!

20 dicembre, 2013 | di

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Atlas of public Urbino è un progetto svolto all’ISIA Urbino durante un workshop tenuto da Joost Grootens a cui abbiamo partecipato a fine maggio 2013. Si tratta di un atlante che analizza lo spazio pubblico della città di Urbino sotto diverse tematiche. 25 studenti del biennio specialistico in ”Comunicazione, design ed editoria”, divisi in gruppi da 3 persone, avevano il compito di scegliere e approfondire una tematica specifica. Un gruppo esterno coordinava il lavoro. Il tutto doveva essere completato in 40 ore (5 giorni): dalla fase di brainstorming alla produzione dell’atlante stampato.

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Il riferimento iniziale da cui partire era la Pianta Grande di Roma (Nuova Topografia di Roma) del 1748 di Giambattista Nolli, una delle mappe più interessanti mai realizzate. La Mappa di Nolli è così accurata che è stata utilizzata dal Comune di Roma fino al 1970. All’epoca ha introdotto l’orientamento della mappa verso Nord superando l’orientamento a Est. La Mappa del Nolli affascina e ispira ancora oggi soprattutto per la sua rappresentazione unica e dettagliata degli spazi pubblici di Roma.

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Nolli ha incluso nella sua mappa tutti gli spazi pubblici, interni ed esterni e li ha esposti con estrema precisione mantenendo il loro interno bianco (ad esempio erano evidenziate con questo codice visivo le piazze ma anche gli interni delle chiese); tutte le altre informazioni erano rappresentate in nero. In questo modo la mappa del Nolli non è semplicemente un oggetto funzionale ma suggerisce anche come le persone vivevano a Roma nel XVIII secolo e come era organizzata la società.

Nolli viveva in un periodo in cui la nozione di pubblico e privato poteva essere espressa come un valore binario: privato o pubblico, nero o bianco. Oggi questa distinzione è decisamente più difficile da fare. Cosa è privato in un mondo fatto di amicizie su Facebook, continue telefonate che si svolgono per strada o servizi pubblici come l’elettricità che invadono le nostre case? Per rappresentare graficamente questo nuovo tipo di privato e pubblico sarebbero necessari colori diversi dai soli bianco e nero.

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Nell’ambito tematico di nostra competenza (Modifica degli spazi sociali) abbiamo individuato i luoghi pubblici accessibili a chiunque e quelli accessibili attraverso restrizioni (la ricerca è avvenuta sia tramite consultazione on-line che mappatura fatta di persona: Urbino è una piccola città e ci ha permesso di dedicare del tempo a un’indagine in prima persona, locale per locale). Abbiamo capito che alcuni luoghi non possono essere mappati interamente senza prendere in considerazione gli spazi interni ed esterni. Ad esempio alcuni ristoranti e bar “occupano” in maniera naturale l’area pedonale limitrofa. Questo modifica la percezione del pubblico e del privato.

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Abbiamo messo in luce una sorta di “mappa sociale“: nel nostro processo di mappatura abbiamo rilevato tutti i luoghi nei quali le persone instaurano relazioni sociali come bar, ristoranti, università, chiese, musei, luoghi di interesse turistico. Abbiamo individuato gli orari di apertura e il numero di sedute e di coperti dei locali. Alla fine del processo abbiamo deciso di dividere in 8 diverse mappe, una per ogni specifica fascia oraria (6-8, 8-10, 10-12, 12-14, 14-18, 18-20, 20-24, 24-6). In ognuna vengono evidenziati luoghi pubblici e privati con variabili visive diverse in modo da far comprendere la modificazione della percezione degli spazi e di conseguenza delle relazioni sociali.

Il processo di creazione della mappa ha richiesto una serie di passaggi tecnici: una volta ottenuta la mappa catastale presso il Comune di Urbino, realizzata in CAD, formato .dwg, abbiamo provveduto a modificata tramite Illustrator, programma di elaborazione immagini vettoriali, con cui l’abbiamo ”sfoltita” dei dettagli a noi non necessari, quali delimitazioni altimetriche ecc. Terminata la semplificazione ci siamo dedicati all’ uniformazione dei tracciati e dei riempimenti, seguendo le linee guida dell’intero progetto come colori, spessori dei tracciati e altri piccoli accorgimenti, con lo scopo di conferire all’atlante un senso di uniformità progettuale.

Siamo poi passati alla ricerca effettiva delle piante dei vari edifici interessati dal nostro progetto, in modo tale da garantire un’effettiva aderenza allo spazio occupato/liberato durante le varie ore del giorno. Successivamente abbiamo applicato i rilevamenti effettuati in precedenza, creando diverse mappe in base alle fasce orarie e mostrando così il mutamento degli spazi pubblici durante la giornata.

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L’atlante considera diverse tematiche divise per capitoli: Appiattimento culturale, Modifica degli spazi sociali, Rumori pubblici, Le conversazioni, Interferenze, Aree di controllo, Scatta condividi perseguita. Un atlante interpretato come spazio pubblico ma anche un libro inteso come strumento.
Perché questo è ciò che un atlante rappresenta: la sua prerogativa di essere uno strumento di informazione. Gli indici e il linguaggio grafico adottato consentono all’utente di creare collegamenti, permettendo di crearsi le proprie storie, le proprie interpretazioni di cosa significa spazio pubblico oggi, in una città italiana come Urbino.

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Hanno partecipato a questo progetto: Davide Belotti, Michele Bozzi, Alessandro Busi, Riccardo Cavallaro, Giulio Cesco, Bolla Federico Conti Picamus, Grazia Dammacco, Arianna Di Betta ,Giorgio Fanecco, Claudia Flandoli, Veronica Maccari, Alessio Macrì, Marika Mastrandrea, Martina Micheli, Luca Napoli, Valerio Nicoletti, Camilla Oboe, Paola Panza, Gianluca Sandrone, Lucia Sgrafetto, Andrea Tolosano, Gregorio Turolla, Andrea Vendetti, Massimiliano Vitti, Riccardo Zecchini, Matteo Antonio Zennaro, Tommaso Zennaro.

Altre immagini: http://www.behance.net/gallery/Atlas-of-Public-Urbino/12129215

10 dicembre, 2013 | di

Qualche giorno fa, mentre sperimentavo alcuni possibili usi pratici dell’applicazione web Bing Maps, mi sono imbattuto in un errore, di quelli apparentemente insignificanti, riguardante l’attribuzione di un toponimo: la SP4 “Strada Panoramica Valle dei Templi” ad Agrigento risultava erroneamente denominata “strada provinciale Serralombardi Scassabarile” (http://binged.it/1aBIn0Y ).
Preso inizialmente dalla curiosità, ho cercato di scoprire l’origine di tale errore o, quanto meno, di individuare la “reale” ubicazione della strada sunnominata.
Dopo alcune sessioni di ricerca attraverso i motori di ricerca di internet ho constatato, con un pizzico di sorpresa, che nella rappresentazione virtuale della toponomastica nazionale sono presenti diverse occorrenze della fantomatica strada provinciale “Serralombardi Scassabarile“.
Se si fosse trattato della via Roma o della piazza Garibaldi, non avrei ovviamente dato peso al fatto. In questo caso, però, la presenza di tante ricorrenze omonime su territori lontani tra loro (province di Pavia, Salerno, Taranto, Vibo Valentia, Brindisi, Foggia, Palermo, Agrigento, Ragusa, etc.) mi è parsa alquanto improbabile.
A questo punto, sono entrato in crisi: l’effetto scatenato in me da tale constatazione può essere forse paragonato a quello che si riscontra in alcuni personaggi pirandelliani, causato da dettagli apparentemente insignificanti (il setto nasale leggermente deviato in “Uno, Nessuno e Centomila”; il passaggio del treno nella novella “il treno ha fischiato” – per fortuna, ci tengo a precisare riguardo al caso mio, l’unico effetto prodotto sono state le considerazioni che ho cercato di esprimere in queste poche righe, senza trascendere oltre).
Come se già non bastasse la vasta schiera di filosofi, i quali con i loro ragionamenti hanno presentato diverse visioni, talora diametralmente opposte di ciò che consideriamo comunemente mondo reale. Adesso ci si mette pure la rete a mettere in crisi la percezione del mondo (per fortuna quello virtuale, in questo caso).
Lo so, non è la prima volta che uno, fidandosi del navigatore satellitare, finisce su un percorso morto o rimane incastrato con l’automobile in un vicolo del centro storico, ma in tali casi si tratta “solo” di carenza di dettaglio o di mancato aggiornamento.
La genesi, invece, dell’anomalia riguardante la Strada provinciale in questione sembrerebbe di tipo diverso: una strana “infestazione” che mette in luce le criticità di una immensa banca dati distribuita, generata e gestita senza regole precise e controlli non sempre efficaci.
Non voglio cimentarmi in tentativi di dare una spiegazione del perché o di come ciò possa avvenire, se tali “semi infestanti” siano introdotti volutamente da qualcuno (teorie complottiste, sabotaggio) o se, più probabilmente, si generino automaticamente per effetto di qualche criticità negli algoritmi che stanno alla base dei motori di ricerca o di popolamento automatizzato delle grosse banche dati: non ne ho le competenze.
Provo, invece, a saltare alle conclusioni, a trovare una morale: qual è l’approccio giusto che dobbiamo avere riguardo alle informazioni che internet ci fornisce?
Ritengo che dobbiamo abituarci a passare da una concezione deterministica ad una probabilistica, prendere coscienza che ogni notizia o informazione ha un suo grado di attendibilità, teoricamente variabile dal valore “0″ (le cosiddette “bufale” e i macroscopici “strafalcioni”) al valore “1″ (informazioni assolutamente veritiere – ma esistono davvero?).
Per poterci orientare correttamente e valutare autonomamente tale grado di attendibilità dobbiamo quindi adottare strategie quali, ad esempio, la consultazione di più fonti (da valutare anch’esse).
Al contempo, tuttavia, non bisogna esagerare, per non rimanere invischiati o troppo rallentati nel tentativo di ricercare la certezza assoluta, che rappresenta, in tale approccio probabilistico, un limite non sempre raggiungibile.
Ma poi, in fondo, chi se ne frega se qualcuno ha sbagliato il nome: a me basta passare da quelle parti al tramonto e godermi lo spettacolo.

Tempio di Giunone Lacinia presso la Valle dei Templi di Agrigento

Tempio di Giunone Lacinia nella Valle dei Templi di Agrigento | fonte  http://www.lavalledeitempli.net


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