Archivio del mese di maggio, 2009

19 maggio, 2009 | di

Grazie ad una discussione su GFOSS, e grazie a Stefano Costa e a Mando, ho avuto diverse informazioni su un workshop a cui sarei andato con molto piacere: il IV workshop nazionale su “Open Source, Free Software e Open Format nei processi di ricerca archeologica”. Si è parlato anche di applicazioni spaziali.

Vi consiglio di iniziare dal report che ha scritto Stefano, di cui mi piace sottolineare queste frasi:

[... ]Tuttavia, non possiamo pensare di evolvere in una nuova archeologia senza impegnarci in primis per una buona archeologia. La buona teoria e il buon metodo sono tali se si traducono e dialogano con una buona pratica della ricerca (intesa non solo come ricerca sul campo, ma in senso lato di processo operativo e conoscitivo) e viceversa.[... ]

La cosa bella, per chi come me non era presente, è che gli interventi del congresso sono stati pubblicati  in streaming  (dal CNR) . Queste le tematiche principali:

  • Patrimonio Culturale – OPEN PROCESS
  • Patrimonio Culturale – OPEN DATA
  • Patrimonio Culturale – OPEN SOFTWARE
  • Patrimonio Culturale – OPENLAB
  • Patrimonio Culturale – OPEN LEARNING

Io mi sono già guardato GRASS E OSGEO: un framework per l’archeologia, ma non mi fermerò qui e consiglio a tutti di fare la stessa cosa.

Buona visione.

14 maggio, 2009 | di

In questo Blog abbiamo spesso sottolineato quanto sia importante la pubblicazione di dati, che rendano il cittadino più consapevole del mondo che lo circonda. Proprio per questo mi fa piacere segnalare la nascita di MisuraPA – Misurare e decidere:

Il progetto MisuraPA, nasce dall’esigenza di “misurarsi” con i cittadini. Quanto è efficiente la pubblica amministrazione e cosa restituisce ai cittadini-contribuenti in termini di servizi, risposta ai bisogni, creazione di valore, è un qualcosa che si può misurare. Gli osservatori istituzionali rilevano una serie amplissima di aspetti di servizio della PA che MisuraPA raccoglie in un’unico luogo, in modo da dare una vista complessiva, anche se sintetica, delle perfomance della PA.

Viene fornita la possibilità di misurare l’efficienza dell’amministrazione pubblica, aggregando i dati per regioni d’Italia secondo dieci indicatori (per dieci settori di policy):

I dati così aggregati sono esportabili in formato CSV e PDF. Qui sotto un report d’esempio sul settore “Ambiente ed Energia – Misura raccolta differenziata”.

misurapa

Il sito è corredato da metainformazioni, e per ogni “misura” è prevista la voce “cosa rappresenta e come è  calcolata” (qui per la Raccolta differenziata).

Se verrà “alimentato” e gestito con continuità, sarà uno stimolo sia per il cittadino che per le pubbliche amminstrazioni. Noi di TANTO ne seguiremo gli sviluppi.

11 maggio, 2009 | di


Ci provano a farlo quelli della Penn State University con Geospatial Revolution Project.

Si tratta di un ambizioso progetto con il quale diffondere la consapevolezza della coscienza geografica in un mondo nel quale ormai (quasi) tutti sanno cosa siano Google Earth e Streetview.

Utilizzare uno strumento abitualmente, infatti, non implica sempre conoscere cosa ci sia dietro, dalla tecnologia alle persone, ed essere consapevoli di ciò che si fa – come spesso amiamo dire qui su TANTO – è molto più entusiasmante di farlo e basta.

Il progetto – totalmente web-based – prevede la produzione di otto episodi video, ciascuno dei quali racconterà una storia al centro della quale c’è la geografia e gli strumenti di esplorazione del territorio. Si tratta di storie che hanno un filo rosso in comune, e che culmineranno nella realizzazione di un documentario di 60 minuti.

Il video di presentazione del progetto è già di per sé entusiasmante, raccontando di come satelliti, strumenti e tecnologie geospaziali influenzino ormai ogni fondamentale attività umana. Dalle deprecabili guerre, che hanno sempre bisogno di dati spaziali aggiornati e dettagliati, alla violazione dei diritti umani, alle questioni ambientali, alle attività di emergenza e soccorso. Il terremoto abruzzese ha lanciato alla ribalta il concetto di interferometria SAR – molte fonti ne danno notizia – e lo stesso PCN ha messo a disposizione ortofoto recenti delle zone colpite.

Come la stessa PSU afferma:

Gli utilizzi fondamentali di queste tecnologie richiedono una educazione del pubblico, volta alla comprensione sia delle applicazioni stesse che delle questioni relative alla privacy e alla sicurezza che esse sollevano.

Non rimane che attendere i primi video realizzati, ne daremo notizia sempre su questo schermo.

Vorrei in conclusione fare qualche piccolo appunto riguardo la nostra situazione, quella italiana intendo. Mentre altrove si spendono risorse per mettere su iniziative volte alla disseminazione della consapevolezza, qui da noi si lascia che importanti pezzi della scienza geografica lentamente muoiano, come è il caso dell’Istituto Geografico De Agostini, o dello stesso IGMI, colpevoli secondo alcuni di non essere riusciti a stare al passo con la tecnologia.

Certo, magari in quelle realtà devono fare i conti con una scarsa lungimiranza, con il fatto che ormai più nessuno compra una carta stradale per 10 euro ma preferisce spenderne 200 per un navigatore GPS, ma la questione è sempre la stessa: la gente non sa, non si chiede cosa c’è dietro una mappa, che sia cartacea o digitale.

The location of anything is becoming everything…


6 maggio, 2009 | di

E’ di qualche settimana fa il lancio dell’ultima versione dell’ottimo – sebbene ostico e agnostico – GIS olandese, che compie ulteriori piccoli passi avanti riguardo alcuni dei punti deboli che da sempre lo caratterizzano:

  • migliorata l’integrazione con le librerie GDAL, nelle precedenti versioni parecchio instabile, fondamentale per aprire ILWIS al resto del mondo;
  • garantito ora l’accesso anche a database Postgres/PostGIS;
  • miglioramenti anche al modulo SEBS, a mio avviso uno dei punti di forza di ILWIS, anche se poco conosciuto ai più.

Altre importanti novità riguardano gli sviluppatori:

  • ILWIS è ora a tutti gli effetti un progetto MS Visual 2008, con i suoi pro e i suoi contro;
  • la GUI (la faccia) e gli algoritmi funzionali (il cervello) di ILWIS sono stati completamente disaccoppiati, in tal modo sarà possibile scrivere più facilmente plugin per estenderne le funzionalità, così come sviluppare applicazioni server-side.

Ci ho giocato un po’ in questi giorni, per verificarne le funzionalità soprattutto sull’interoperabilità, e se da un lato ho riscontrato un effettivo miglioramento della performance riguardo l’importazione di dati esterni via GDAL (rimangono in realtà alcune “minor issues”), dall’altro ci sono ancora parecchi problemi sul modulo WMS, che purtroppo fa cilecca con tutti i server che ho provato. Solo con il solido JPL/NASA ILWIS riesce a leggere per lo meno il catalogo, ma poi non è in grado di caricare nessun layer.

Peccato, di strada da fare ce n’è ancora tanta sull’interoperabilità per ILWIS. Il problema è che è proprio su questo ormai che si gioca il destino di un GIS. Sono passati da anni i tempi durante i quali chi sviluppava software si poteva permettere di mantenere formati proprietari, fregandosene di ciò che accadeva nel resto del mondo. Chi è partito prima ha vinto la battaglia (vedi ESRI con gli shapefile e AutoCAD con i dwg).

Oggi anche i progetti OS più giovani, come uDIG o gvSIG, la prima cosa sulla quale hanno lavorato è proprio l’interoperabilità: garantire la lettura degli shapefile (e aggiungerei anche ecw, ma parlarne è delicato perchè non è standard aperto) è il minimo richiesto a software che debuttano nel mondo difficile dei GIS.

E’ per questo che i vari IDRISI, OSUMAP (si vabbè), GeoMedia (mi perdonino i suoi fan), e altri software o si sono estinti naturalmente, o li usano una decina di persone nel mondo, sebbene abbiano contribuito a fare la storia dei GIS (dategli un’occhiata, ne vale la pena).

Ma io personalmente credo in ILWIS, ci sono legato da quando ho cominciato a muovere i primi passi nella geomatica – quasi 15 anni fa – e sono convinto addirittura che i suoi algoritmi possano essere alla pari di quelli di GRASS, ciò che gli manca è però la capacità di parlare al resto del mondo… interoperabilità e WMS, basta formati proprietari. Mica poco!

Ma… si… può… fare!!!

4 maggio, 2009 | di

Prima di entrare nel vivo di questo brevissimo tutorial, caliamoci nello scenario adatto:
supponiamo che vi siano arrivati dei geodati o delle informazioni geografiche su cui lavorare e che dobbiate, una volta completata la loro elaborazione, mostrare il risultato del vostro brillante operato a qualcuno che non può sedersi di fronte al monitor del computer con voi ed è colto da visioni apocalittiche al solo sentir nominare uno shapefile o pensa che PostGIS sia un piatto tipico.
Che fare? Mettere in piedi un’applicazione di webmapping “vera” (per esempio con MapFish) richiede quel minimo di tempo, di cui non è sempre detto che si disponga, e ci costringe a scrivere un po’ di codice… cosa che oggi non abbiamo assolutamente voglia di fare ;)
Per fortuna, per soddisfare in maniera rapida e indolore la sete di “sapere geografico” del nostro interlocutore, possiamo approfittare dei servigi di Google.

Fatto il doveroso preambolo, passiamo alla pratica.
Creeremo un’applicazione che, pur non essendo di webmapping in senso stretto, svolgerà egregiamente il suo compito, vale a dire condividere online l’informazione geografica in maniera estremamente speditiva e piuttosto efficace.
Di cosa c’è bisogno?

  • dei vostri geodati in formato KML o KMZ;
  • di un account Google[1] che, se usate Gmail, avete già;
  • Google Earth.

Per trasformare i dati in KML ci sono un’infinità di metodi e di programmi più o meno adatti alle varie esigenze, quindi non entreremo nel merito di questa operazione nel tutorial.
Personalmente, se sto lavorando con ArcGIS, per esportare le feature in formato KML direttamente da ArcMap utilizzo questo script liberamente scaricabile dal sito di ESRI.
In alternativa possiamo ottenere tutti i KML che vogliamo sfruttando la libreria GDAL/ORG (magari attraverso FWTools).

Una volta che i file KML sono pronti all’uso potremmo già pubblicarli su Google Maps grazie al nostro account (utilizzando il link “My maps” o, in italiano, “Le mie mappe” nella home page di Google Maps), ma noi vogliamo di più!
Spesso, infatti, allo scopo di rendere più leggibile l’informazione che vogliamo comunicare con una mappa, è comodo organizzare i contenuti in categorie da mostrare secondo una struttura ad albero composta da cartelle e sottocartelle (del tutto simile a quella ottenibile con il widget layer tree di MapFish).
Per creare questa struttura lanciamo, quindi, Google Earth e aggiungiamo le varie cartelle con un semplice click destro sulla cartella predefinita “Luoghi temporanei”. Si aprirà un menu contestuale dal quale selezioneremo la voce “Aggiungi” e poi “Cartella”:

creazione di una cartella in Google Earth

Ripetiamo questa operazione tante volte quanti sono i nodi (o rami, se preferite) dell’albero che stiamo impostando e, se necessario, annidiamo sottocartelle a piacimento:

cartelle e sottocartelle in Google Earth

Ora che la struttura ad albero è pronta aggiungiamo i file KML dal menu “File” → “Apri” di Google Earth e poi spostiamoli diligentemente uno per uno all’interno della cartella desiderata. Infine, salviamo tutto in un unico file KML (o KMZ) cliccando col tasto destro del mouse sulla cartella “Luoghi temporanei” (che dovrebbe risultare la radice dell’albero).

Siamo finalmente pronti per pubblicare il risultato online tramite Google Maps ed è qui che entra in gioco il servizio Google Sites collegato col nostro account.
Grazie ad esso, infatti, disponiamo di uno spazio web sul quale possiamo caricare file di svariati tipi tra cui, ovviamente, anche KML e KMZ.
Accediamo quindi alla pagina principale del nostro account Google e, una volta effettuata l’autenticazione, clicchiamo sul link “Google Sites”. Se è la prima volta che utilizziamo il servizio, creiamo un nuovo sito cliccando sul bottone apposito.
Scegliamo la modalità preferita per caricare il nostro KML (è possibile allegarlo ad una pagina qualsiasi, magari alla homepage, che troviamo bella e pronta, o creare un “File cabinet” allo scopo).

Da adesso in poi la risorsa caricata sarà disponibile all’URL http://sites.google.com/site/nomesito/nomefile.kml

Per vedere il risultato finale incolliamo questo URL nel campo di ricerca di Google Maps, clicchiamo sul bottone “Cerca sulle mappe”… et voilà[2]

Non resta che copiare l’URL della nostra mappa cliccando sull’apposita voce “link” che appare in alto a destra in Google Maps ed inviarlo a chi ci pare! ;)


[1]Disponendo di uno spazio web alternativo su cui caricare i file possiamo farne a meno

[2]I simboli utilizzati sono quelli disponibili di default in Google Earth… Vi consiglio anche di visitare i luoghi dell’esempio se capitate da quelle parti ;-)


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